sabato 6 novembre 2021

A ciascuno la propria inflazione

Due parole sabatine, vergate anche queste di getto dopo aver dato una scorsa ad alcuni commenti della settimana. E cercando di mantenere il massimo livello di semplicità possibile.

A ciascuno la propria inflazione, recita il titolo di questi pensieri in libertà: tutti noi abbiamo il nostro tasso di inflazione “personale”, risultante dalla composizione dei nostri consumi, dalle nostre abitudini di spesa, dal timing delle decisioni in merito all’acquisto di beni durevoli, finanche dalle nostre caratteristiche umorali. Oltre che, ovviamente, del reddito di ciascuno e della relativa dotazione patrimoniale, quest'ultima, in genere (non sempre, e non mi riferisco alle schiere degli evasori fiscali), a propria volta funzione di età e reddito.

E questi son caratteri che possono mutare nel tempo, insieme a noi, talvolta proprio in risposta alle dinamiche dei prezzi. Ma una cosa rimane in genere immutabile, almeno per periodi di tempo abbastanza lunghi: il nostro essere “price maker” (coloro che, con differente peso e grado di indipendenza, partecipano al processo di fissazione dei prezzi) o “price taker” (coloro i quali essenzialmente "subiscono" i prezzi). L’esempio principe del "price taker" è quello del lavoro dipendente, che in genere recupera solo parzialmente e con ritardi anche importanti l’inflazione che falcidia la relativa remunerazione. Ma anche molte categorie di piccoli professionisti, o la cui attività dipende da decisioni determinate in altre sedi (es. edicolanti, piccoli professionisti, “popolo delle partite IVA”, etc.) subiscono in maniera più o meno forte l’incremento dei prezzi, e possono partecipare in misura relativa relativi processi di fissazione.

Tutta questa premessa, per dire che sono rimasto un po’ perplesso nel leggere taluni commenti sulla stampa. In estrema sintesi, nel commentare un incremento – al momento ancora moderato – dei tassi di interesse a lungo termine e anche qualche primo rimbalzo del tasso sui mutui, rimarcavano quasi entusiasticamente che in realtà i tassi reali stavano scendendo ancora, in quanto i relativi rialzi erano inferiori al più marcato aumento registrato dagli indici dei prezzi.

E’ vero? Ebbene, sì e no. Sicuramente l’affermazione è corretta dal punto di vista formale e generale. Ma in merito alla effettiva “positività” o meno della situazione occorre fermarsi brevemente a riflettere e fare delle distinzioni.

In particolare, le categorie di “price taker”, chiamiamoli per semplicità “lavoratori dipendenti” anche se abbiamo visto che non sono solo loro, vengono davvero avvantaggiate dalla ulteriore discesa dei tassi reali secondo le modalità sopra viste?

Chiaramente ci saranno effetti diretti ed indiretti. Ma in prima battuta, il lavoratore dipendente che si trovi, ad esempio, a pagare un muto, subirà non solo la falcidia dovuta all’incremento dei prezzi, ma anche l’incremento delle rate del mutuo. E probabilmente, a poco servirà pensare che però il tasso reale è meno elevato.

Certo, sto semplificando al massimo e lasciando, ripeto, fuori gli effetti indiretti, ivi compresi gli effetti di ammortamento o di capitalizzazione sul patrimonio. Però…

E certo, si sente dire che la fase inflattiva che stiamo vivendo sarebbe momentanea, soprattutto perché i salari non stanno seguendone il trend (e dunque i salariati stanno “accettando” la relativa perdita di potere di acquisto.

Interessante, in proposito, ricordare quanto dice Michael Spence in merito a quanto sta accadendo sui mercati di approvvigionamento di materie prime e lungo le filiere: “We need better models for predicting how supply chains will evolve, including their likely responses to shocks. These forecasts need to be publicly available so that all participants can see them and adapt. Artificial intelligence would likely be the key to success; indeed, this is a natural application of the technology. But international cooperation, with countries sharing real-time data generated by supply-chain networks, would also be needed.” (vedere https://www.cfr.org/blog/why-are-supply-chains-blocked ).

Il che, “in soldoni”, significa che ancora non siamo in grado di vedere con precisione come andranno a finire le cose. Come di consueto, dichiarazioni “definitive” ed apodittiche possono forse essere utili ad alimentare una determinata narrativa, magari finalizzata “a fin di bene” ad orientare positivamente certe aspettative.

Ma – lo abbiamo detto molte volte – (cercare di) predire il futuro è un compito ingrato, sebbene necessario. E, anche per tenere aperta la propria mente, sarebbe bene rifuggire dalla eccessiva pratica di affermazioni definitive, continuando invece ad acquisire informazioni ed a mutare, se del caso, gli scenari ipotizzati.

Intanto, già si intravedono altre dichiarazioni, tese ad introdurre il concetto che la “gobba” inflattiva potrebbe in effetti essere un po’ più alta di quanto preventivato ed un po’ più “ostinata”, estendendosi ben all’interno del 2022.

Il che significherebbe che le conseguenze di cui parlavamo sopra sarebbero destinate ad approfondirsi. Da notare che, anche qualora il tutto si arrestasse, la perdita resterebbe a titolo definitivo se non ristorata, e diverrebbe permanente, a meno che il tasso di inflazione futuro non tornasse in territorio negativo. Cosa che, peraltro, sarebbe decisamente poco auspicabile sotto diversi punti di vista.

Nel frattempo, le decisioni di politica monetaria avrebbero – o meglio, continuerebbero ad avere – anche implicazioni distributive che, col passar del tempo, diventano sempre meno negligibili. Cioè a dire, la definizione delle funzioni di reazione delle diverse banche centrali al (difficile) ambiente economico nel quale si trovano ad operare non potrà non avere effetti distributivi, e ciò nel bene e nel male.

Ma direi che sia arrivato il momento di fermarsi e di augurare a tutti un buon Sabato.


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