sabato 20 marzo 2021

Appunti Vintage - Kyoto

Prosegue la serie di appunti vintage. Da vecchi HDD che vado ripulendo e razionalizzando, continuano a spuntare appunti e pensieri fissati rapidamente in formato testo, fantasmi elettronici di un me stesso di tanto tempo fa. E credo che ve ne siano ancora tanti altri, in cui si assommano la curiosità per rivedere cosa mi passava per la testa in un passato abbastanza remoto, e di ritrovare temi e discussioni "d'epoca".

Stavolta mi son trovato davanti a una riflessione evidentemente scritta di getto. Unico aiuto per datare il testo, la datazione del file stesso, che risale all'estate del 2009. Un altro tempo, un altro mondo.

Lo ripropongo così come lo ho ritrovato...

Kyoto sì, Kyoto no. E' evidente che occorre fare qualcosa, che occorre coordinarsi al meglio e che occorre farlo in fretta. O almeno è evidente per me. Ma questo non vuol dire che non si possano notare alcune "incongruenze", o forse manchevolezze, del dibattito politico-economico italiano, le cui conseguenze possono essere talvolta rilevanti (in negativo) per il sistema Paese.

Grandi dichiarazioni "politiche"; prese di posizione che talvolta sembrano prese "a prescindere"; molto rumore, poco dibattito tecnico.

Quello che interessa in questo caso, dunque, non è il momento della decisione di aderire o meno al protocollo, quanto quello successivo, della messa a punto dei dettagli tecnici di realizzazione. Sì, proprio quei dettagli noiosi che non piacciono a molte persone, che preferiscono invece "volare alto", a carico magari delle finanze altrui.

Cos'è successo, molto in breve? Semplicemente, l'Italia, per motivi diversi legati sia alle caratteristiche delle attività produttive sia alla gestione passata delle politiche economiche, è un'economia efficiente relativamente all'utilizzo di energia nei processi produttivi stessi.

Questo è un punto importante, che andava considerato e fatto valere di più nelle trattative. Trattative che, ahimè, non sembrano aver avuto un esito ottimale, forse proprio a causa di una impropria "vis ideologica" che può pure essere utilizzata nel processo decisionale "a monte", ma che andrebbe assolutamente neutralizzata nelle trattative tecniche a valle.

Se ci sono due persone, di cui una pesa 50 Kg e l'altra 80 Kg, non si può chiedere ad entrambe, nell'ambito di un programma di dimagrimento, di perdere 10 Kg "a prescindere" dalla situazione di partenza. Invece, nel caso delle emissioni di CO2, pare proprio che sia avvenuta qualcosa del genere.

Il risultato? Una difficoltà notevole ad adempiere ad obiettivi definiti come nell'esempio di cui sopra, e, ovviamente, la seria e ravvicinata prospettiva di dover acquisire sul mercato diritti di emissione per centinaia di milioni di Euro.

I soldi verranno incamerati da chi tali diritti venderà, e cioè verosimilmente da aziende inquinanti di paesi inquinanti che, visti i processi di definizione degli obiettivi, hanno, a valle, vita facile a conseguire i propri.

Questo è un passo di Repubblica On Line che pare riassuma bene i termini di una questione che oramai va trascinandosi da tempo, e non arriva certo come un fulmine a ciel sereno [non risulta purtroppo annotato alcun riferimento ulteriore]:

"Tutto inizia con i tetti alle emissioni di anidride carbonica che l'Italia ha contrattato con l'Ue nel 2007: 201,63 milioni di tonnellate l'anno per il quadriennio 2008-12 contro i 230 milioni richiesti. Le quote di emissione sono state poi assegnate con un piano nazionale ai vari settori (come produttori elettrici, acciaierie, cementifici). Le società elettriche denunciarono che quote così basse avrebbero bloccato la costruzione di nuove centrali con il paradosso di non poter rinnovare (e quindi rendere meno inquinante) il nostro sistema elettrico. Così nel 2008 il governo si è impegnato a garantire 16,93 milioni di tonnellate ai nuovi entranti (cioè a quelle centrali che non avevano ancora ottenuto l'autorizzazione ad emettere gas serra) e "a tutti i nuovi entranti le quote di Co2 eccedenti questo tetto".

Ora si tratta di pagare. Il governo - a meno che le imprese non rinuncino a quanto garantitogli per legge - deve andare sul mercato dei diritti ad emettere Co2 e comprarli all'asta dalle imprese comunitarie che sono sotto i loro tetti di emissione".

Se ciò non verrà fatto, scatteranno sanzioni più elevate. In ogni caso, indovinate chi sarà chiamato a mettere mano ai portafogli?

Gran parte di questa cifra finirà nelle tariffe elettriche durante l'anno prossimo. E peserà, ovviamente sui consumatori, per un importo al momento stimato in 40 euro annui di addizionale.

Che almeno tutto ciò serva di lezione per il futuro...

Così si concludevano questi appunti rapidi che ci salutano da un baratro ampio ben 12 anni. A parte il caso specifico, avremo imparato qualcosa?

 

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