Ripenso ad
uno scambio avuto (purtroppo solo a distanza) con un caro amico ed ex collega e
mi annoto, alcune considerazioni che mi son venute alla mente su autonomia
energetica e difesa europea: due questioni non semplici da sistematizzare e che
avranno entrambe sviluppi non brevi ed articolati.
Per quanto
riguarda l’autonomia energetica, occorre intendersi sulle parole. Forse
qualcuno immagina (rectius, desidererebbe) una vera e propria indipendenza, una
“autarchia energetica”. Ebbene, allo stato le le tecnologie relative allo
"stoccaggio" dell'energia pare abbiano comunque bisogno di ulteriori
perfezionamenti, e comunque di una filiera non banale di produzione (terre rare
incluse), manutenzione, riciclo e smaltimento. E questo se si segue una ipotesi
totalizzante e forse utopica di 100% rinnovabili.
Forse la vera
domanda da porsi nell’immediato è: qual è il grado di dipendenza che si è
disposti a sopportare e da chi siamo disposti a sopportarlo? Questo mondo si è sempre
caratterizzato – e continuerà a farlo – per una distribuzione disuguale degli
idrocarburi e delle materie prime, in particolar modo di quelle preziose e di
quelle non a caso definite “rare”; e questo è un aspetto che non cambierà.
A titolo
di suggestione, ricordiamo che il TAP parte dall’Azerbaijan, una terra per
taluni aspetti sospesa tra Turchia e Russia (e confinante con entrambe, sebbene
non in continuità territoriale), qualcuno dice recentemente divenuta rifugio
di oligarchi, attualmente interessata da una
operazione di peacekeeping condotta da forze russe nelle zone interessate dal contrasto
con la Armenia.
Per quanto
riguarda questione della difesa europea, il problema è sicuramente complesso
ancor più che complicato. Non è tanto un problema di spesa (che pure c’è,
specie per l’Italia), quanto di precondizioni per far "fruttare" gli
investimenti in difesa che già ci sono. Un esercito comune sarebbe la
soluzione; ma un esercito unico postula l'esistenza di un comando unico, di
procedure di approvvigionamento uniche (con relativi problemi di distribuzione
degli acquisti), standardizzazione spinta di armamenti, formazione,
procedure... Ma soprattutto l'esistenza di una autorità di riferimento unica,
incontestabilmente unica. e questo vuol dire un deciso salto verso una vera e
propria federazione, Che poi, se la Storia ci insegna qualcosa, vedendo i
problemi dell'esercito austro-ungarico prima e dopo l'Ausgleich del 1867,
comunque sarebbe un percorso "continuo" cui dedicare attenzione.
In estrema
sintesi, “la soluzione sul piano degli equipaggiamenti dovrebbe essere
rappresentata da una chiara connotazione europea nell’impiego delle nuove
risorse disponibili, privilegiando i programmi Ue di ricerca e sviluppo
tecnologico e i prodotti frutto di cooperazione intra-europea disponibili o più
rapidamente realizzabili, tenendo sempre conto della necessità di non impattare
troppo negativamente su quelli che arriveranno alla fine di questo decennio”
(Camporini, Nones, Marrone, “Laguerra russo-ucraina e l’Europa della difesa”)
Infine, un
tema che non sembra emergere almeno con evidenza, ma che secondo me non può
essere disgiunto da quello della difesa comune: l'intelligence. Una
intelligence comune sarebbe il necessario corollario di un esercito comune. Ma,
ancora una volta, questa intelligence comune dovrebbe avere un interlocutore
politico unico. Ma davvero unico. E quale sarebbe l'autorità attuale a poter
ricoprire questo ruolo? Una ipotetica "autorità delegata alla
sicurezza" europea, da chi sarebbe delegata? Dal Consiglio? Dalla
Commissione? E a chi risponderebbe o si rivolgerebbe una ipotetica struttura
unica, ad esempio quando si trattasse di autorizzare operazioni che implichino
comportamenti che possano configurare crimini?
Così non
sembrerebbe funzionare, a meno che non vengano fatti passi consistenti verso
una reale unità politica/federalizzazione. Passi che al momento non paiono
probabili. E in materia di collaborazione ricordo giusto questa
citazione già annotata.
E certo,
la necessità porta a scatti repentini, come ad esempio la ventilata fusione tra
Francia e Regno Unito un attimo prima della resa francese ad Hitler, di cui
comunque non si fece più nulla. I tempi, insomma, sono un grande punto
interrogativo
Insomma,
per un "congruo" periodo di tempo pare ci sia poco da fare se non gestire
la minaccia più vicina nel tempo e nello spazio. E dunque via con contratti
"distaccabili", aumento dell'estrazione nazionale (ma ci vorranno da
2 a 3 anni), misure tampone, carbone, sostituzioni di fornitori. E naturalmente,
se riusciremo a comportarci in maniera intelligente, creazione di un cartello
di acquisto a livello comunitario con gestione perlomeno coordinata degli
stoccaggi. Dopo di che, fino a realizzazione di una fusione nucleare realmente commercializzabile
(non il prototipo) e di un deciso “salto” nelle tecnologie di accumulazione
dell’energia, la disuguale distribuzione a livello planetario di terre rare ed
idrocaburi di cui si diceva continuerà a far sentire la propria influenza, ed a
farla sentire con forza, sebbene probabilmente (possibilmente?) decrescente.
E la Storia, che con buona pace di Fukuyama non sembra affatto finita, continuerà a girare la propria ruota. E noi a girare con lei…