venerdì 11 marzo 2022

Congiuntura storica, energia, difesa europea

Ripenso ad uno scambio avuto (purtroppo solo a distanza) con un caro amico ed ex collega e mi annoto, alcune considerazioni che mi son venute alla mente su autonomia energetica e difesa europea: due questioni non semplici da sistematizzare e che avranno entrambe sviluppi non brevi ed articolati.

Per quanto riguarda l’autonomia energetica, occorre intendersi sulle parole. Forse qualcuno immagina (rectius, desidererebbe) una vera e propria indipendenza, una “autarchia energetica”. Ebbene, allo stato le le tecnologie relative allo "stoccaggio" dell'energia pare abbiano comunque bisogno di ulteriori perfezionamenti, e comunque di una filiera non banale di produzione (terre rare incluse), manutenzione, riciclo e smaltimento. E questo se si segue una ipotesi totalizzante e forse utopica di 100% rinnovabili.

Forse la vera domanda da porsi nell’immediato è: qual è il grado di dipendenza che si è disposti a sopportare e da chi siamo disposti a sopportarlo? Questo mondo si è sempre caratterizzato – e continuerà a farlo – per una distribuzione disuguale degli idrocarburi e delle materie prime, in particolar modo di quelle preziose e di quelle non a caso definite “rare”; e questo è un aspetto che non cambierà.

A titolo di suggestione, ricordiamo che il TAP parte dall’Azerbaijan, una terra per taluni aspetti sospesa tra Turchia e Russia (e confinante con entrambe, sebbene non in continuità territoriale), qualcuno dice recentemente divenuta rifugio di oligarchi, attualmente interessata da una operazione di peacekeeping condotta da forze russe nelle zone interessate dal contrasto con la Armenia.

Per quanto riguarda questione della difesa europea, il problema è sicuramente complesso ancor più che complicato. Non è tanto un problema di spesa (che pure c’è, specie per l’Italia), quanto di precondizioni per far "fruttare" gli investimenti in difesa che già ci sono. Un esercito comune sarebbe la soluzione; ma un esercito unico postula l'esistenza di un comando unico, di procedure di approvvigionamento uniche (con relativi problemi di distribuzione degli acquisti), standardizzazione spinta di armamenti, formazione, procedure... Ma soprattutto l'esistenza di una autorità di riferimento unica, incontestabilmente unica. e questo vuol dire un deciso salto verso una vera e propria federazione, Che poi, se la Storia ci insegna qualcosa, vedendo i problemi dell'esercito austro-ungarico prima e dopo l'Ausgleich del 1867, comunque sarebbe un percorso "continuo" cui dedicare attenzione.

In estrema sintesi, “la soluzione sul piano degli equipaggiamenti dovrebbe essere rappresentata da una chiara connotazione europea nell’impiego delle nuove risorse disponibili, privilegiando i programmi Ue di ricerca e sviluppo tecnologico e i prodotti frutto di cooperazione intra-europea disponibili o più rapidamente realizzabili, tenendo sempre conto della necessità di non impattare troppo negativamente su quelli che arriveranno alla fine di questo decennio” (Camporini, Nones, Marrone, “Laguerra russo-ucraina e l’Europa della difesa”)

Infine, un tema che non sembra emergere almeno con evidenza, ma che secondo me non può essere disgiunto da quello della difesa comune: l'intelligence. Una intelligence comune sarebbe il necessario corollario di un esercito comune. Ma, ancora una volta, questa intelligence comune dovrebbe avere un interlocutore politico unico. Ma davvero unico. E quale sarebbe l'autorità attuale a poter ricoprire questo ruolo? Una ipotetica "autorità delegata alla sicurezza" europea, da chi sarebbe delegata? Dal Consiglio? Dalla Commissione? E a chi risponderebbe o si rivolgerebbe una ipotetica struttura unica, ad esempio quando si trattasse di autorizzare operazioni che implichino comportamenti che possano configurare crimini?

Così non sembrerebbe funzionare, a meno che non vengano fatti passi consistenti verso una reale unità politica/federalizzazione. Passi che al momento non paiono probabili. E in materia di collaborazione ricordo giusto questa citazione già annotata.

E certo, la necessità porta a scatti repentini, come ad esempio la ventilata fusione tra Francia e Regno Unito un attimo prima della resa francese ad Hitler, di cui comunque non si fece più nulla. I tempi, insomma, sono un grande punto interrogativo

Insomma, per un "congruo" periodo di tempo pare ci sia poco da fare se non gestire la minaccia più vicina nel tempo e nello spazio. E dunque via con contratti "distaccabili", aumento dell'estrazione nazionale (ma ci vorranno da 2 a 3 anni), misure tampone, carbone, sostituzioni di fornitori. E naturalmente, se riusciremo a comportarci in maniera intelligente, creazione di un cartello di acquisto a livello comunitario con gestione perlomeno coordinata degli stoccaggi. Dopo di che, fino a realizzazione di una fusione nucleare realmente commercializzabile (non il prototipo) e di un deciso “salto” nelle tecnologie di accumulazione dell’energia, la disuguale distribuzione a livello planetario di terre rare ed idrocaburi di cui si diceva continuerà a far sentire la propria influenza, ed a farla sentire con forza, sebbene probabilmente (possibilmente?) decrescente.

E la Storia, che con buona pace di Fukuyama non sembra affatto finita, continuerà a girare la propria ruota. E noi a girare con lei… 

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