Avevo già sottolineato, in passato, la differenza principale tra la guerra fredda che fu e quella tiepida che oggi abbiamo: all’epoca, i due "blocchi" erano più o meno separati dal punto di vista economico; le interrelazioni ed i flussi di import-export erano ridotti, ed il grado di dipendenza reciproco risultante era limitato.
Oggi la situazione è diversa. Il
grado di interdipendenza è cresciuto a dismisura, e tocca moltissimi settori più o meno strategici. Ne consegue che se da un lato si può parlare di
sanzioni, dall’altro il “decoupling” tra i blocchi non può non richiedere
tempo, e risultare alquanto complesso. Complesso e non privo di conseguenze.
In sintesi, la globalizzazione ha
aumentato il grado di interdipendenza tra aree geografiche diverse, nel bene e
nel male e senza che tale aumento comportasse necessariamente le conseguenze
per così dire politiche predette da taluni.
Ma un maggior grado di
interdipendenza porta ad un aumento della complessità del sistema. E
l’aumentare della complessità si traduce, alla fine dei giuochi, in una
maggiore fragilità.
E quando le cose non vanno per il
verso giusto, tutti i trade-off nascosti nell’ombra si appalesano. Con
l’annotazione al margine che, affinché il verso non sia quello “giusto”, non
occorre arrivare ad una guerra o ad esperimentare una pandemia, ma può essere
sufficiente una nave che si incaglia in un punto geograficamente delicato.
Certo, tempi e gravità degli
incidenti sono differenziati. Ma il tutto è in qualche modo "aggravato" da un diffondersi
preponderante della logica “just in time”, e dall’abbandono delle
considerazioni legate ad una logica “just in case”.
Oggi, sulla stampa, si possono
leggere le considerazioni del segretario generale della Nato Stoltenberg: “le
relazioni economiche con certi regimi autoritari ci rendono più vulnerabili”.
In realtà, in prima battuta è lo
stesso moltiplicarsi delle (inter)relazioni economiche che fatalmente si traduce nell’aumento dei profili di rischio delle attività economiche. Quando
però si ha a che fare con regimi diversi, le cautele devono moltiplicarsi
perché i rischi possono derivare non solo da fatalità (catastrofi, situazioni
meteorologiche, incagli, etc.), non solo da conseguenze inintenzionali di
azioni intenzionali, ma anche da una maggiore probabilità di trovarsi davanti a conseguenze
dirette di azioni volontarie. Insomma, la “visione Hossbach” di cui pure
abbiamo parlato.
Dopo di che, il mondo è vario, le
risorse naturali sono distribuite in maniera non omogenea e, dato che siamo
tutti ospiti di questo “pale blue dot”, occorre aver a che fare con tutti. Potrà
non piacere, ma quanto Draghi diceva nel 2021 (esistono i dittatori, di cui
però si ha bisogno, ma occorre essere franchi nell'esprimere la propria
diversità di vedute e di visioni della società, e nel contempo pronti a
cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese) è purtroppo scritto
nella Storia. Senza dimenticare la parte più difficile, sintetizzata dallo
stesso Draghi con “Bisogna trovare il giusto equilibrio”.
E insomma, tornando a
Stoltenberg, “la globalizzazione ci ha illuso, la sicurezza vale più del
commercio”? Diciamo che sono due aspetti che devono essere considerati a
sistema. Più globalizzazione può anche signficare meno resilienza (vedere anche
queste brevi considerazioni recentemente pubblicate dall’Imf: https://bit.ly/3yX0pv8).
Ma anche frammentare un grande “limes”
in più “limites” ha un costo. Se i limites racchiudono insiemi territoriali sufficientemente
ampi, diversificati e cooperanti, si può pensare anche a transizioni ordinate che in
qualche modo riescano a mitigare i costi associati ad una minore globablizzazione o ad una “reglobalizzazione” su basi geopolitiche aggiornate.
Altrimenti… ebbene anche questo
l’ho già scritto: il fatto che esistano scenari indesiderabili e
tendenzialmente catastrofici non vuol malauguratamente dire che la probabilità
associata a tali scenari sia necessariamente pari a zero. Occorre dunque considerare tali scenari nei propri calcoli.