Talvolta le mie (disordinate e "serendipitous") elucubrazioni della Domenica sera mi conducono verso lidi distanti dai miei ordinari campi di interesse, che pure non sono pochissimi.
Così, le discussioni venute alla ribalta nei giorni scorsi su chi voleva o non voleva la seconda guerra mondiale mi hanno ispirato qualche riflessione. Riflessioni che cerco di mettere nero su bianco come di consueto "di getto". E che parimenti cerco di sterilizzare (e stilizzare) rispetto ai personaggi, operanti nel presente e nel passato, che le hanno ispirate.
Allora... torniamo indietro nel tempo. Abbastanza indietro, ad una giornata autunnale di quasi 85 anni fa (sembrano tanti, ma in fondo non sono certo un'era geologica).
E' il 4 (o il 5) Novembre del 1937: l'incontro di Bad Godsberg e la conferenza di Monaco erano ancora di là da venire, così come la Notte dei Cristalli e, ovviamente, la spartizione della Polonia tra Germania e Unione Sovietica e la Seconda Guerra Mondiale.
Quel giorno si tenne in Germania un incontro che non mi pare aver visto ricordato sulla stampa, o almeno su quella principale, nelle recenti polemiche di cui si diceva: la cosiddetta "conferenza Hossbach", dal nome dell'aiutante di campo di Hitler che tenne talune note sulla discussione.
L'incontro - riservato - vide la partecipazione, oltre che dello stesso Hitler, del ministro degli Esteri von Neurath, del ministro della Guerra Blomberg, del comandante dell'esercito Fritsch, del comandante della marina Raeder e di Goering, comandante dell'aviazione.
Va bene, gli storici valutano in maniera diversa l'importanza della conferenza Hossbach, che oltretutto "portò sfortuna" nel breve termine a taluni dei partecipanti. Ma non è questo che qui ci interessa.
Da qui in poi cito diffusamente quanto riportato da Montanelli e Cervi ne "L'Italia dell'Asse". Innanzitutto, lo stesso Hitler disse che le dichiarazioni di quel giorno avrebbero dovuto essere considerate come il suo testamento. E ricordiamo che siamo nel 1937.
"I problemi della Germania possono essere risolti solo con la forza. E questo non può mai essere realizzato senza rischio". Lo stesso Hitler avrebbe pronunziato tali parole, aggiungendo che la Germania avrebbe attuato i suoi progetti tra il 1943 e il 1945 (e qui si vede come scatenare talune dinamiche possa divenire un fattore di incertezza per gli stessi attori che le hanno scatenate) ma anche prima se le circostanze lo avessero consentito. Primi obiettivi: L'Austria e la Cecoslovacchia.
Poi ci sono riferimenti ad alcune interessanti osservazioni sulla speranza di una endemizzazione della guerra in Spagna e sull'instaurarsi di uno stato di tensione o di guerra tra Italia, Francia ed Inghilterra, circostanze che avrebbero potuto favorire la Germania.
Ma noi ci fermiamo qui. E qui proviamo ad estrarre questo avvenimento dal contesto storico di riferimento.
Quello che voglio dire, è che sì, sicuramente ci sono stati comportamenti non lungimiranti alla fine della prima guerra mondiale e nei relativi trattati di pace. Sicuramente nessuna grande potenza dell'epoca può davvero dirsi al riparo da critiche sul suo operato in merito all'andamento dei commerci, all'accaparramento di materie prime, a pretese di controllo su territori e specchi d'acqua europei ed extraeuropei, etc.
Ma qui, ed analogie con la situazione attuale non possono non venire alla mente, appare una sorta di predeterminazione "a freddo" con riferimento all'utilizzo della forza ed alla assunzione di rischi.
Banalmente, dire che un leader che abbia pretese territoriali o comunque egemoniche non desidera la guerra, é - nella maggior parte delle situazioni - quasi una banalità, un concetto che appunto ricorda la soluzione banale di un sistema lineare. Chiunque persegua determinati obiettivi, quali che siano, preferisce acquisirli senza pagarne il prezzo o minimizzando gli oneri da sostenere. E ciò vale anche quando occorra compattare il fronte interno evocando un nemico esterno, reale o meno. Questo, naturalmente, potendo scegliere.
Ma, appunto, se si mette in conto, per risolvere "problemi", l'uso della forza (declinabile in diverse modalità), "questo non può mai essere realizzato senza rischio".
Il problema è che purtroppo non sempre il rischio viene sostenuto (solo) da chi decide di mettere in atto una tale scommessa. E non sempre chi decide può essere completamente lucido, o correttamente informato (gli yesman nelle autocrazie sono probabilmente più pericolosi che altrove). Inoltre, appare verosimile che - anche con tutte le approssimazioni delle proiezioni sul piano reale del concetto di democrazia - più ci si allontana da una (ideale) situazione democratica più sono possibili "incidenti" di percorso dovuti a quella che si potrebbe definire, in un'ottica aziendalistica, "l'appropriazione privata dei benefici del controllo" e la conseguente non coincidenza tra l'insieme di chi sopporta rischi e conseguenze delle decisioni, e quello di chi decide di "scommettere" e si appropria dei benefici in caso di successo.
Tutto ciò per quello che riguarda le conseguenze all'interno dello Stato che decida di innescare una situazione di guerra calda. Naturalmente, le conseguenze della scommessa vanno ben al di là dei confini di chi la pone in atto, e ben al di là anche dei confini di chi risulta aggredito. Cosa che appare ben chiara anche nella storia contemporanea.
Ma arrivato qui, mi viene in mente come considerazioni di questa natura potrebbero far crollare lo share anche del più affermato dei talk show. Dunque, passo e chiudo. Buona Domenica a tutti.
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