venerdì 14 ottobre 2022

Quantum computing, memoria e “deep fake documentali”

La Banca d’Italia ha pubblicato recentemente un contributo sintetico e molto interessante nell'ambito della serie  "Questioni di Economia e Finanza", dal titolo “Quantum computing: a bubble ready to burst or a looming breakthrough?”, di Giuseppe Bruno.

Ne traggo spunto, estraendone due citazioni. 

“Quantum prime factorization could be performed much more efficiently, enabling to break the current public cryptography securing our e-commerce/banking activities”. 

E ancora, dalla pagina di presentazione del lavoro, “It is extremely important to gauge the cyber risks arising from the use of quantum computing in criminal attacks against currently employed encryption algorithms.”

Ora, come lo stesso lavoro segnala, siamo in una fase iniziale, sebbene non all’anno zero, in cui gli sforzi sono rivolti a rendere “commerciali” i computer quantici “noisy”.

Non sono un esperto del ramo, ovviamente. Però, credo sia abbastanza chiaro a tutti quelli che hanno anche una semplice infarinatura sul funzionamento delle firme digitali basato su crittografia a chiave asimmetrica cosa possa significare l’avvento diffuso del quantum computing.

Sarà, come sempre, una corsa tecnologica tra “buoni” e “cattivi”, ma il mio sguardo e le mie perplessità sono piuttosto rivolte verso il passato.

Sbaglierò, ma in un mondo di documenti digitali, dove il concetto di “originale” lascia il tempo che prova, rompere la crittografia a chiave asimmetrica potrebbe anche significare la capacità cambiare contenuti, date, addirittura identità dei firmatari… insomma, conseguenze che potrebbero anche andare al di là delle implicazioni legali di tutto ciò (che pure potrebbero non escludersi anche nel caso di documenti inerenti rapporti oramai regolati o estinti), fino ad alterare la memoria.

Memoria storica, memoria commerciale… il passato potrebbe essere riplasmato sulla base di documenti “autentici” indistinguibili dagli “originali” contraffatti. O per lo meno, non immediatamente identificabili.

Insomma, potrebbe iniziare l’era dei “deep fake documentali”? Ecco, mi piacerebbe che da qualche parte si sviluppasse un dibattito anche su questi punti.

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