lunedì 23 novembre 2020

Covid, tassi di cambio, architettura finanziaria internazionale

 

Raccogliere informazioni sui propri ambiti di interesse (non solo lavorativi in senso stretto) è sempre utile. Quanto meno, si è più consapevoli del mondo in cui si vive, e magari si può provare a tratteggiare qualche scenario per cercare di interpretare il presente e di scrutare fra le nebbie del tempo. Si tratta di una attività onerosa in termini di impegno, "ricorsiva" e continua, e però utile anche in termini di allenamento della mente, e in grado di agevolare la formazione di idee.

Per quanto riguarda l'economia, stiamo solcando mari inesplorati. Se non fosse che tutto quanto sta accadendo ha conseguenze - dirette e indirette - pesanti su tutti noi, si potrebbe quasi dire che sono tempi interessanti. Peraltro, probabilmente ci saremmo tutti risparmiato volentieri questo interesse, in cambio di un 2020 non dico brillante, ma per lo meno non così esecrabile.

Moneta, inflazione, debito... tutte le grandezze macroeconomiche sembrano "impazzite", nel quadro di una sostanziale quanto momentanea anestesia. Una anestesia anch'essa costosa e non senza conseguenze, che alla fine porterà ad una serie di riaggiustamenti.

Prendiamo ad esempio i tassi di cambio. Con l'avvertenza che in realtà nessun aspetto può essere trattato isolatamente, ma sono tutti assolutamente, pesantemente - e si potrebbe aggiungere "maledettamente" interrelati. Entangled, per usare una parola straniera, che fa tanto fine.

Il mondo dei tassi di cambio sta registrando momenti di sostanziale stabilità, con l'Euro che ad esempio si mosso sì rispetto al dollaro, in maniera lenta e compassata, quasi sussiegosa. Davvero nulla di paragonabile alle oscillazioni ben più marcate che si sono registrate in periodi di crisi passate.

Ma rimarrà tutto così? Non sembra credibile. Troppe tensioni si vanno accumulando, e queste scateneranno prima o poi un riaggiustamento, un po' come due placche tettoniche che si incontrano lungo una faglia. In quali termini questo aggiustamento si manifesterà, dipenderà anche (e forse soprattutto) dal livello di coordinamento internazionale e dalla volontà o capacità di mettere in campo misure coordinate.

Per dirla usando le parole di una recentissima uscita di Rogoff, quanto meno nel lungo periodo rischia di accrescersi notevolmente la discordanza tra quota di debito americano in costante aumento nei mercati mondiali e quota di produzione americana in costante calo nell’economia globale.

Va notato, e Rogoff lo nota eccome e lo sottolinea, che un problema simile portò, all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso, alla fine senza appello del sistema dei tassi di cambio fissi che fu uno degli architravi del commercio internazionale e della economia mondiale a partire dalla fine della seconda guerra mondiale (accordi di Bretton Woods). Ne seguirono periodi non facili e ampie oscillazioni dei cambi.

Forse non a caso, alcuni commentatori, anche "in orbita" Atlantic Council, hanno iniziato a osservare con maggiore frequenza che sarebbe opportuno che vengano seriamente avviati i preparativi per una nuova "Bretton Woods", in cui cercare di stabilire - e stabilizzare - le prospettive della moneta (e conseguentemente del credito) nel lungo termine, tenendo conto dei nuovi scenari innescati sia dal Covid che da altri preesistenti trend di lungo periodo.

Quello che è sicuro è che il Covid avrà conseguenze sull'economia (e quindi su tutti noi) molto tempo dopo che la crisi sarà stata superata, in parte a causa degli effetti di lungo periodo su aspettative e meccanismi comportamentali, in parte per la gestione della difficile eredità che questo pesante 2020 e probabilmente il 2021 ci lasceranno in dote.

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