martedì 1 dicembre 2020

Ambiente, costi, indici, redditi. Un assaggio di complessità

 

Vediamo se riesco a spiegare questa questione senza indurre una "guru meditation" nei lettori e nel sistema (chi ha la mia età e una frequentazione con la mitica Commodore Amiga sa di cosa sto parlando). Una questione semplice ma intricata allo stesso tempo.

Tutto si tiene, e chi ha avuto la ventura di conoscermi (o disavventura, fate voi), sa come la penso. Nel mondo reale è difficile imbattersi in fenomeni semplici, e anzi tutti i fenomeni sociali - economia inclusa - divengono progressivamente più complessi. Aumenta dunque la "fatica" di star dietro a tutte le cose (leggi, aumenta il tempo da investire per farlo) e comunque occorre scegliere.

Ma il mondo non è solo più complesso. E' anche più interrelato.

E davvero basta un battito di ali di una farfalla in Europa per generare, sotto certe condizioni, un tifone ad Hong Kong. I limes si frammentano in limites ed aumenta il grado dicomplessita delle interrelazioni del sistema.

Tutto questo per rimarcare che, a volte, le conseguenze di ciò che si decide, si pensa, si fa in un certo settore, possono generare risonanze in settori anche lontanissimi, e nondimeno fondamentali. Senza quasi che ce ne si renda conto. Non affrontare queste interrelazioni significa andare incontro a sorprese anche spiacevoli.

Bene. Detto questo, tutti hanno a cuore l'ambiente. Almeno a parole. I paesi UE si sono impegnati ad azzerare l’impatto ambientale delle proprie economie entro il 2050.

Ciò ha delle conseguenze. Alcune più immediate: alcuni posti di lavoro verranno persi, altri ne verranno creati; in aggregato, ci sarà bisogno di più di più formazione per favorire i cambiamenti lavorativi; i costi potrebbero aumentare (tra l'altro, occorrerà spesare e gestire i nuovi investimenti necessari, e da qualche parte le risorse dovran venir fuori); ci saranno conseguenze di mercato (esempio: con la sovrapproduzione di acciaio attuale nel mondo, e l'Asia che continua a produrlo utilizzando finanche il carbone a bassi costi, se in ipotesi si riesca a mettere su una linea di produzione di "acciaio all'idrogeno", occorrerà anche trovare canali di sbocco commerciale ai prezzi che saranno necessariamente maggiorati). E così via.....

E questi sono i più visibili. Ma ecco, che ve ne sono altri. Lontani, forse, astrusi. Ma fondamentali.

Ad esempio, in conseguenza delle decisioni sull'ambiente, occorrerà riflettere seriamente sulle basi e sugli assetti della politica monetaria nell'Unione Europea. Insomma, su come la BCE dovrà adattarsi a questo nuovo quadro "ambientalista".

Badiamo bene che raggiungere gli obiettivi 2050 di cui si diceva non è affatto una passeggiata. Occorrerà un impegno costante e crescente. E questo stesso impegno genererà mutazioni profonde nel tessuto produttive, e dunque in quello sociale.

Alcuni commentatori sottolineano, per dare una idea dello sforzo necessario, che l'FMI stima che la pandemia determinerà una contrazione del Pil mondiale pari al 4,9% quest’anno (https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2020/06/24/WEOUpdateJune2020). Dal canto suo, la IEA (Agenzia internazionale per l’energia) dice che si otterrà una riduzione delle emissioni globali di anidride carbonica pari all’8% (https://www.iea.org/reports/global-energy-review-2020/global-energy-and-co2-emissions-in-2020).

Si noti che un risultato simile in termini di emissioni, ottenuto solo "grazie" ad una pandemia, dovrebbe essere mantenuto ogni anno nel prossimo decennio per poter - forse - mantenere l’aumento delle temperature medie entro 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali (https://www.unenvironment.org/news-and-stories/press-release/cut-global-emissions-76-percent-every-year-next-decade-meet-15degc).

Insomma, la via per azzerare le emissioni nette entro il 2050 è irta di ostacoli e di lavoro da fare, e comporta la trasformazione di comportamenti di produzione, della logistica, dei modelli di consumo.

Ed ecco - ora arriviamo al punto di "salto" - che ci si para innanzi una questione non secondaria. Aumentare il "prezzo del carbonio" in tutte le sue forme appare non solo necessario, ma anche indispensabile per generare risorse, indirizzare i comportamenti di produttori e consumatori e stimolare l’innovazione tecnologica.

Ma questo incremento non resterebbe senza conseguenze. Il costo dei fattori produttivi ne verrebbe influenzato direttamente e indirettamente. E questo non solo per quanto riguarda la produzione di acciaio o di alluminio, ma anche per i trasporti, e per l'agricoltura. Di conseguenza, muterebbero i prezzi relativi, con ulteriori effetti a cascata.

In tutto ciò, anche ammesso che ci sia una volontà politica comune che la BCE sviluppi una maggiore sensibilità strutturale sulla seconda parte del proprio mandato (sostenere le politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione), occorrerà cambiare il rapporto con l'obiettivo della stabilità dei prezzi.

E se attualmente la BCE si basa sull'Indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP - https://www.ecb.europa.eu/stats/macroeconomic_and_sectoral/hicp/html/index.en.html), un domani si dovrebbe mutare il riferimento.

Infatti, l'indice armonizzato comprende i prezzi dell'energia. Ma se tali prezzi crescessero in virtù delle scelte ambientali di cui abbiamo parlato finora, secondo gli schemi attuali di politica monetaria ciò genererebbe, coeteris paribus, una politica monetaria più restrittiva. In sostanza, se non cambiasse nè l'indice di riferimento né il modo di interpretare il mandato, la BCE dovrebbe avviare azioni al fine di far scendere gli altri prezzi, ovvero mettere un freno all'economia per compensare un aumento dei prezzi dell'energia "deciso a tavolino".

Una soluzione sarebbe quella di utilizzare indici di inflazione "core" (nucleo), che escludano i prezzi dell’energia e dei beni alimentari e neutralizzino sia gli incrementi dei prezzi dell'energia che la loro prevedibile maggiore volatilità. In soldoni, distinguere tra una inflazione "buona" (da sopportare per nobili motivi) ed inflazione cattiva (da contrastare).

Ma anche così, attenzione! Perché anche questo avrebbe delle conseguenze. Ovviamente i primi a doversi preoccupare sarebbero i lavoratori "a reddito fisso", i cui contratti sarebbero a questo punto confrontati col nuovo indice.

Un po' come in Italia in passato si riferivano i contratti all'indice dei prezzi "al netto dell'inflazione importata". Con alcune "simpatiche conseguenze". Laddove infatti ci si era abituati ad una lira che tendeva a deprezzarsi e a prezzi del petrolio mediamente elevati, in automatico si pensava che l'incremento contrattuale dovesse essere inferiore all'inflazione complessivamente registrata, e ciò per non intaccare la competitività del Paese.

Ma in presenza di prezzi cedenti del petrolio e di una valuta tendenzialmente o comunque passibile di apprezzamento (la Lira tra il 1995 ed il 1999, e successivamente l'Euro), allora di può verificare il caso di una componente importata dell'inflazione negativa. Il che, "in soldoni", significava attribuire incrementi superiori a quello dell'indice generale dei prezzi.

Anche perché, altrimenti, in caso di oscillazioni, i salari avrebbero perso ogni volta che la valuta di fosse deprezzata e/o i prezzi dei beni energetici fossero aumentati, ma non avrebbero recuperato in caso contrario. In caso di oscillazioni, insomma, la competitività esterna del paese sarebbe rimasta invariata, e anzi sarebbe cresciuta ma solo a spese dei salari, che ad ogni "giro" si sarebbero ridotti per poi non recuperare.

Venendo ad oggi, abbiamo detto, saremmo in presenza di un incremento "strutturale" della volatilità dei prezzi dell'energia. Quale che sia la soluzione, vanno adottate non solo tecniche statistiche, ma politiche "ad hoc". Il tutto per evitare le famose "conseguenze inintenzionali di azioni intenzionali". O almeno per cercare di minimizzarle.

Ma direi che anche per stasera basta così! Questo voleva essere solo un "assaggio di complessità", assolutamente informale. Una chiacchierata fra amici per fornire qualche suggestione di dibattito e per sottolineare una volta ancora che la semplicità non è di questo mondo. Un mondo dove si inizia a parlare di emissioni di gas serra, e finisce col dovere considerare le conseguenze in termini di arricchimento/impoverimento di interi settori dell'economia, di politica dei redditi, di inflazione e persino di indici statistici che dovrebbe utilizzare una Banca centrale.

Tutto ciò scritto di getto e nella notte tra ieri e oggi, e pubblicato oggi, senza rivederlo, tra un impegno ed un altro: mi scuso quindi fin d'ora per errori, refusi, inesattezze varie che possa aver partorito, complice anche la tarda ora! Ma volevo semplicemente rendere una idea sul grado elevatissimo di interrelazione delle questioni socioeconomiche nel mondo di oggi.

Conclusione (scovata in una intervista a qualcuno che di informazioni se ne intende, al 100% allineata con il mio pensiero in materia): "L’informazione è elemento strategico di obiettivi, valutazioni, decisioni. Ma deve sempre andare di pari passo con una conoscenza meticolosa dei dossier".

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