mercoledì 2 dicembre 2020

The (post-pandemic) brave new world

Dal mare magnum delle informazioni di oggi, ho selezionato questo passaggio dall'ultima uscita di "Finance and Development" (Dicembre 2020) del Fondo monetario internazionale (https://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/index.htm).

In particolare, il passaggio è preso da Martin Sandbu, "The post-pandemic brave new world". Esso indica tre domande principali che bisognerebbe porsi (ed a cui magari occorrerebbe dare una risposta) prima di decidere cosa fare "domani". Essendo il testo solo in inglese, ho pensato potesse essere utile rilasciarne una liberissima traduzione "al volo" per chi non volesse andare a consultare l'originale.

Ecco le tre "domande" formulate da Sandbu:

1) "Rivoluzione" o Restaurazione?

Le economie nazionali sono state messe fuori gioco, lasciando le aziende e i lavoratori incerti sul futuro: se un lavoro valido prima della pandemia lo sarà di nuovo; se vale la pena investire in un settore di attività o se questo debba essere cessato. La spinta - o meno - della politica può fare una grande differenza in merito a se il capitale e il lavoro si sposteranno verso nuove attività o se l'allocazione delle risorse manterrà il suo modello precrisi. Anche se le conseguenze del COVID-19 rendessero alcune attività permanentemente meno redditizie, il processo di riallocazione delle risorse potrebbe non avvenire - o non avvenire nella misura teoricamente necessaria - in assenza di politiche per promuoverlo, a causa del livello di rischio e di incertezza coinvolti. Anche se il modello economico dovesse "rompersi", un nuovo modello non si costruirà da solo.

2) Ricostruire meglio o "back to business"? 

C'è una grande differenza tra l'utilizzo della crisi per costruire qualcosa di diverso e il desiderio di rimettere le cose a posto il più velocemente possibile. Questi due orientamenti comporterebbero considerazioni di policy di natura diversa: a spanne, se mantenere i processi di riallocazione delle risorse al minimo necessario a seguito della pandemia, oppure partire dalla "disruption" generata dalla pandemia stessa per riprogettare l'economia in modo più radicale. Ricostruire meglio richiederà più attività e più persone, ad esempio attraverso il raddoppio degli sforzi sugli obiettivi legati al cambiamento climatico, oppure migliorando gli standard salariali e di lavoro, spostandosi su un percorso di sviluppo diverso. L'approccio alternativo "back to business" mirerebbe invece a rendere il più possibile ridotto, rapido e indolore qualsiasi aggiustamento che gli operatori economici fossero costretti ad intraprendere.

E infine, l'ultima domanda... Sandbu si chiede se gli Stati siano pronti ad abbracciare ancora una volta lo strumento della pianificazione, modulando il proprio intervento per plasmare consapevolmente l'economia nel tempo. Avere obiettivi globali di riallocazione settoriale, oppure di convergenza regionale, oppure ancora di "ricostruire meglio" presuppone una certo livello di fiducia nella capacità dello Stato di coordinare e guidare il comportamento del settore privato e la volontà di stabilire una esplicita destinazione come punto di arrivo desiderato. La perdita sia di fiducia che di volontà ha fatto "passare di moda" la pianificazione negli anni '80. Di conseguenza, molti governi non sono oggi né molto adusi alla pianificazione strategica, né particolarmente versati nella stessa.  

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