A volte non occorre che le grandi istituzioni internazionali si inventino chissà cosa o tirino fuori dal cilindro chissà quale nuovo modello magico. A volte scrivono cose banali (per motivazioni anche facilmente comprensibili): ma non è sempre un male! Anzi, è un peccato che gli ostacoli linguistici spesso non consentano una diffusione più agevole dei contenuti, o per lo meno una diffusione "non mediata".
Ritrovare nero su bianco qualche punto fermo tanto semplice quanto reale, è sempre un buon inizio per focalizzare il pensiero. Insomma, se mi si passa l'analogia, "Soul food to go" (Sì, lo so, il link non c'entra gran che, ma... la ricordate? Versione "corale" dal video simpatico, e molto bella anche dal vivo, di "Sina", dal testo un po' "esoterico" come altri lavori di Djavan).
Così, dicevamo, ogni tanto concentrarsi sulle cose semplici ci vuole. Abbiamo già accennato alla ambizione delle sfide ambientali che ci attendono ed alla complessità degli aspetti legati alla questione. Oggi, rimanendo in tema, richiamiamo velocemente un contributo di matrice IMF.
Il punto centrale del messaggio è che c'è una forte relazione tra il livello di sviluppo ed il consumo di carbone, con i paesi a medio reddito a capitanare storicamente la classifica dei consumi stessi. Dopo alterne vicende, a fine ventesimo secolo il consumo di carbone ha iniziato a declinare sensibilmente nelle economie avanzate, ma... il declino è più che compensato dai notevoli incrementi della domanda nei mercati emergenti.
In ogni caso, l'uscita dal carbone è un fenomeno dai tempi lunghi, anche decenni. Nel Regno Unito ci sono voluti, ricordano gli autori del contributo (Christian Bogmans e Claire Mengyi Li) ben 46 anni per ridurre il consumo di carbone del 90% rispetto ai picchi fatti registrare negli anni 70.
Comunque, la transizione - lenta o veloce che sia - non è indolore. Chi dipende dall'industria del carbone per il proprio sostentamento necessiterà - e richiederà - risposte politiche decise, soluzioni realistiche ed implementabili in un tempo ragionevole. Saranno necessarie politiche di supporto per facilitare i cambiamenti nei mercati del lavoro, e per incoraggiare lo sviluppo di industrie alternative per evitare la desertificazione economica e sociale di intere comunità. Nel caso dei mercati emergenti e dei paesi a basso reddito, la comunità internazionale può da un lato fornire assistenza finanziaria e tecnica (come ad esempio il know-how necessario per costruire reti che funzionino con fonti di energia rinnovabile) e dall'altro porre un freno al finanziamento di nuovi impianti di generazione a carbone, almeno dove esistano alternative percorribili. Lo sviluppo di tecnologie di supporto, come quelle per la cattura e lo stoccaggio del carbonio può anche essere di aiuto, ma la relativa effettività dipende anche da fattori di costo.
Ecco, in estrema sintesi, questo è quanto. Vediamo dunque che, fatte le dovute differenze e proporzioni, le basi del Just Transition Fund europeo non sembrano essere così campate per aria...
Nessun commento:
Posta un commento