Nella rassegna trimestrale della Banca per i Regolamenti Internazionali di dicembre 2020 è ricompreso un interessante contributo sulle vulnerabilità finanziarie che influenzano l'uscita delle aziende dal mercato (Ryan Banerjee - Enisse Kharroubi, "The financial vulnerabilities driving firms to the exit").
Sempre cercando la massima sintesi, notiamo i tre punti chiave sottolineati dagli autori:
1) L'elevato debito a breve termine e un rapporto sfavorevole tra ricavi e spese per interessi sono i due predittori finanziari più significativi di uscita dal mercato delle imprese;
2) E' osservabile un "lag" tra l'aumento della vulnerabilità finanziaria e l'effettiva uscita delle imprese dal mercato, con un picco che si concretizzerebbe dopo due anni;
3) Le imprese finanziariamente vulnerabili fanno registrare una maggiore probabilità di uscire dal mercato quando le condizioni finanziarie sono rigide o l'attività economica generale è debole, vale a dire che la vulnerabilità dal punto di vista finanziario amplifica gli effetti di una congiuntura generale avversa e di condizioni creditizie rigide.
In particolare, gli autori sottolineano che sono le problematiche legate al servizio del debito ad avere la maggiore influenza sulla probabilità di uscita delle imprese dal mercato. In sintesi, un elevato debito a breve termine associato ad un flusso di cassa inadeguato in relazione agli oneri per interessi sono i fattori chiave della questione, mentre la disponibilità di liquidità sembra alla fine essere un elemento meno importante in relazione ai problemi di solvibilità.
Purtroppo, l'ultima nota del Centro Studi Confindustria (4 gennaio 2021) si intitola "Debito e oneri finanziari molto pesanti nei settori di industria e servizi a causa della pandemia". E' vero che ,nel 2020, il credito bancario alle imprese italiane ha registrato un incremento robusto (+7,4% annuo a ottobre), al traino soprattutto dei prestiti con garanzie pubbliche, che hanno contribuito ad arginare nell'immediato la crisi di liquidità subita dalle imprese in seguito alla pandemia ed alle connesse misure restrittive.
Di conseguenza, prosegue la nota CSC, in molti settori si è accresciuto "troppo" il peso del debito, misurato in anni di cash flow generato dalle imprese, come risultato di un debito in espansione e di un cash flow in arretramento (vedere in particolare la tabella "C" a pagina 4). Risultato: "il semplice servizio del debito, nella situazione attuale, prosciuga le risorse interne disponibili".
Ecco, non proprio dati confortanti, anche alla luce di quanto evidenziava lo studio della BRI. Del resto, si era già notato in più occasioni che la pandemia è destinata ad avere effetti "cicatrice" di durata non breve (e non omogenei) sulle economie. Il che non rende il quadro meno complesso. Solo una robusta crescita sembrerebbe poter avere un generale effetto positivo; ma per ottenerla, occorre prima di tutto - ed è una condizione necessaria ma non sufficiente - uscire dal periodo emergenziale.
Occorrerà rimanere ben vigili per molti semestri a venire, cercando di evitare eccessi di pessimismo, ma anche di distinguere realisticamente tra aspettative e speranze.
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