Ne avevamo già iniziato a parlare qui e qui. Il "potere" - ciascuno declini il concetto nei dettagli come meglio ritiene - acquisito dalle piattaforme social nei confronti dei propri utenti è una realtà. E questo va detto senza giudizi, senza connotazioni di bene o di male.
Si tratta di un grande potere. E, come gli appassionati di Spiderman ben sanno, a un grande potere corrisponde - o dovrebbe corrispondere - una grande responsabilità. E, si sarebbe tentati di aggiungere, una grande responsabilità implica un adeguato livello di accountability.
Al di là degli aspetti legati a tutela dei dati personali ed alle attività di tracciamento - pur entrambi punti critici - il dibattito si è focalizzato, dopo la turbolenta fine della presidenza Trump, sul potere di "vita e di morte", o meglio di silenzio e di parola, che le piattaforme, nella società attuale, hanno di fatto acquisito sia nei confronti di personaggi pubblici, ivi compresi i politici, sia nei confronti di noi cittadini comuni.
Ecco che compaiono (o, meglio, emergono) nuove esigenze nel pubblico. Esigenze di "oggettivizzazione" del potere, di utilizzo omogeneo e proporzionato dello stesso, di non discriminazione.
Tra l'altro, appena che si sviluppino soluzioni alternative aventi un certo grado di capacità tecnica e di credibilità (a torto o a ragione, vedi il caso Whatsapp - Signal) si pone una questione di fiducia degli utenti, con possibili migrazioni e moltiplicazione di piattaforme (il che, per inciso, pare tendere a complicare attività di monitoraggio legittime).
Questo aspetto è stato di recente colto bene in un intervento di Marina Rita Carbone sul tema del rapporto tra social media e blockchain (Social media su blockchain: il nuovo trend, pro e contro).
Tra i punti critici richiamati nell'intervento, e mutuati dal pensiero di Jack Dorsey (il CEO di Twitter), ne viene tra l'altro sottolineato uno che normalmente viene un po' sottovalutato, ed inerente un mutamente (quasi una "mutazione", verrebbe da dire) del ruolo delle piattaforme social: "non più spazi aperti nei quali condividere contenuti, ma un insieme di algoritmi che hanno il potere di scegliere quali contenuti mostrare agli utenti (elemento, questo, che potrebbe mutare nei sistemi basati sulla blockchain, in quanto non ci si concentrerebbe sulla rimozione del contenuto, ma sulla raccomandazione o meno dello stesso, come avviene oggi per le email)".
E proprio qui pare essere il punto chiave dal quale prendono le mosse gli sviluppi recenti verso il c.d. "standard decentralizzato", che si affianca al tema della fiducia di cui si diceva. Sviluppi che includono l'affermarsi di nuovi protagonisti e di un nuovo modello non proprietario, basato appunto su un set di regole tendenzialmente comuni, e sottoposte a processi di condivisione.
Sistemi che quindi non si basino sul "ban", ma sulla raccomandazione di contenuti o sulla limitazione dell'accesso agli stessi. Tutto ciò prendendo "a bordo" le possibilità offerte dalla applicazione della blockchain (e infatti si parla di "blockchain social") in termini di monetizzazione, se del caso, dei contenuti stessi da parte dei produttori.
E dunque, ecco i vari LBRY o All.me.
L'applicazione integrale e generalizzata delle logiche sottostanti alla nascita di social di questo tipo porterebbe, usando le parole del citato intervento inerente i social media su blockchain, a consentire "ad un individuo di creare il proprio social network e determinare in autonomia come opera e quali limitazioni porre ai contenuti che visualizza e che gli utenti possono pubblicare, decentralizzando le responsabilità e le proprietà degli strumenti. Il contenuto pubblicato, infatti, non è moderato da una società unica, che effettua un controllo “dall’alto” tradizionale, ma dai singoli fondatori delle reti “federate”, condivise, che stabiliscono quali sono i termini e le condizioni di utilizzo delle stesse. Resta ferma, tuttavia, l’impossibilità di rimuovere un contenuto che sia in violazione di tali condizioni, in virtù del peculiare funzionamento delle reti blockchain".
Naturalmente, nelle more dello sviluppo completo di tali modelli o, come scelta precisa, come ricerca di una mediazione. è possibile l'affermarsi di forme intermedie.
Ora, dove ci porta tutto ciò? Nelle rivoluzioni "alla Kuhn", nuovi modelli si affermano non tanto perché rispondano meglio a vecchie domande, quanto perché rispondono a nuove domande, che i precedenti modelli non erano in grado di affrontare.
Ora non è che un social sia un nucleo metafisico infalsificabile. E qui i punti di debolezza dell'approccio sono evidenti.
Da un lato si affronta il problema della fiducia. Dall'altro, le soluzioni prospettate appaiono avere diversi punti deboli in termini di omogeneità, proporzionalità, e - si può dire? - di sicurezza pubblica.
Si creerebbe, in ogni caso, una concorrenza tra piattaforme. E, tornando all'articolo citato, "non è da escludersi che i social tradizionali non saranno rimpiazzati dai nuovi social fondati sulla blockchain, ma che, invece, la nuova concorrenza venutasi a creare ponga le Big Tech dinanzi all’obbligo di mutare i propri paradigmi per creare un prodotto migliore, che venga incontro alle necessità dei propri utenti senza sottoporli al rischio di estremizzazione della piattaforma".
Ecco, queste sono le forze che sembrano muoversi al di sotto del pelo dell'acqua.
Cosa accadrà? Nessuno lo sa ancora davvero. Quel che è certo è che la fine della Storia è lontana, e non siamo ancora all'ultimo Uomo...
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