Sarà ovviamente che il PNRR è l'argomento del giorno. Eppure mi ha colpito che, praticamente in contemporanea, un po' di amici e colleghi mi abbiano posto in sostanza tutti lo stesso quesito che sembra banale, ma forse per chi non è addetto ai lavori non lo è: per farla breve, se l'Unione Europea ci fornisce dei fondi, da dove provengono e chi ripagherà questi fondi?
In realtà le risposte sono semplici e complesse allo stesso tempo; senza entrare troppo nei dettagli provo a tracciarne una "sintetica sintesi".
Dunque, nell'immediato l'Unione europea emetterà titoli propri. Quindi i fondi, in prima battuta vengono dal mercato.
Da notare che un tale tipo di titoli costituirebbe quanto di più vicino si possa arrivare ad un "safe asset" (una classe di titoli con rischio di credito in teoria nullo, ma comunque tendenzialmente basso) atteso il quadro giuridico, istituzionale e fattuale attuale.
Non che sia una prima assoluta, in verità: qualcosa esiste già, ma si tratta di volumi molto contenuti e che comunque mal si attaglierebbero ad interventi su scala ordinaria. Il tutto, per inciso, potrebbe rappresentare anche un utile sviluppo ai fini della conduzione ottimale della politica monetaria, almeno per quanto concerne la Bce ed i Paesi che fanno parte dell'area Euro. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un'altra storia.
Si creerà così un debito dell'Unione, caratterizzato da una propria politica di emissione, che dovrebbe venir rimborsato progressivamente nel tempo, entro il 2058 (chi scrive potrebbe non esserci più a quella data, ma non è un buon motivo per non pensarci per tempo).
E come si ripagano i titoli emessi dall'Unione? Ebbene, mutatis mutandis, non è che vi siano differenze logiche di rilievo rispetto al caso di un singolo stato.
Dunque, i fondi vengono concessi ai singoli stati membri in parte a titolo di "grant" (a fondo perduto), ed in parte a titolo di prestito.
Si parte dall'art. 311 del TFUE, base legale per la cosiddetta "Decisione sule risorse proprie": l' Unione "shall provide itself with the means to attain its objectives and carry through its policies". E dunque occorrerebbero o l'individuazione di nuove risorse, quali la ventilata "tassa sulla plastica" (più propriamente "contribution based on the non-recycled plastic packaging waste"), oppure altre forme di entrata da individuare.
Quali? Si parla di un meccanismo di aggiustamento alle frontiere del carbonio ("Carbon border adjustment mechanism"), ovvero una sorta di dazio su qualsiasi prodotto importato da un paese al di fuori dell'Unione che non disponga di un sistema per valorizzare le esternalità derivanti dalle emissioni inquinanti a base di carbonio. Oppure ancora, per rimanere in tema, di una estensione del sistema in materia in vigore nella UE stessa (ETS - Emission Trading Scheme).
Altre opzioni potrebbero essere un "digital levy" - verosimilmente non prima del 2023, incentrato sulle attività intrinsecamente dematerializzate, anche per affrontare l'inadeguatezza delle attuali norme in materia di tassazione delle società per l'economia digitale -, oppure una forma di "Tobin Tax" (una imposta sulle transazioni finanziarie), o ancora la fissazione di una base imponibile comune per l'imposta sulle società: ma per questo tipo di ragionamenti i tempi per presentare le proposte sono decisamente più lunghi.
Alternative? Be'... tagliare le spese a parità dei contributi annuali degli Stati membri o aumentare i contributi stessi. O magari (ma proprio non pare se ne parli...) rivedere il regime dei "rebate".
Ovviamente, la parte concessa a titolo di prestito dovrebbe invece ritornare al bilancio dell'Unione sotto forma di rimborsi da parte degli Stati Membri che di quei prestiti hanno beneficiato. Stati che approfitterebbero sia dei bassi tassi di interesse, sia dei tempi lunghi di ammortamento, ma che, alla fine, dovranno fare ricorso ai propri bilanci per ripagare i debiti contratti. E dunque, le ipotesi sono quelle consuete: sostituire nel tempo il debito "europeo" con proprio debito (se, quando e nella misura in cui ciò sia fattibile), aumentare le entrate, diminuire le uscite.
Inutile ricordare che, se nel frattempo le risorse saranno state incanalate verso porgetti validi, una maggiore crescita semplificherebbe il rimborso di un debito caratterizzato da un valore nominale fisso (eccezion fatta per la eventuale frazione, che non parrebbe essere contemplata a livello europeo, indicizzata alla inflazione o alla crescita stessa) e da tassi di interesse nominali estremamente bassi se non negativi. E questo vale sia per il debito europeo riveniente dalla parte "grant", sia da quello connesso ai prestiti concessi agli Stati Membri.
E questo sarebbe il quadro semplice? Lo so... ad un lettore estraneo potrebbe sembrare una sorta di scioglilingua. Eppure già cosi è semplificato al massimo. Mancano ovviamente tanti dettagli rilevanti, come la gestione del debito europeo (e magari l'opportunità di mantenerne viva una quota dopo il 2058, per considerazioni legate anche alla politica monetaria). Ma, fedeli alla linea di semplicità (relativa) e di brevità di questo blog, oggi ci si ferma qui.
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