lunedì 7 dicembre 2020

Pandemia, lavoro, futuro

 Viviamo tempi inesplorati, costretti a solcare rotte pericolose. E sappiamo che, in tale situazione, ogni previsione, ogni affermazione riguardo il futuro deve essere continuamente e dettagliatamente rivista, cercando di adattarsi ai percorsi di un presente mutevole.

Forse, però, ci sono forse un paio di trend che possono essere enucleati e sottolineati in questo quadro generale estremamente mutevole.

Come un recente paper del National Bureau of Economic Research ha riassunto (Julian Kozlowski, Laura Veldkamp, Venky Venkateswaran, "Scarring body and mind: The long-term belief-scarring effects of covid-19"), il Covid-19 "is scarring bodies and minds". Ed è importante tener presente che gli effetti di queste "ferite" potrebbero continuare ad influenzare le nostre società anche nel medio - lungo termine.

Ciò equivale a dire che ulteriori costi economici e sociali associabili alla pandemia potrebbero essere generati da cambiamenti nelle funzioni comportamentali, anche tempo dopo la risoluzione della crisi sanitaria, a ragione di possibili cambiamenti persistenti nella probabilità percepita del verificarsi di shock negativi di grande entità nel futuro. E' dunque possibile che la pandemia lasci il proprio marchio sull'economia per molto tempo a venire (una economia del 98%, qualcuno ha detto).

In secondo luogo, le ferite inferte dalla pandemia saranno probabilmente ferite disuguali ("unequal scars"). Questa definizione è stata tra l'altro utilizzata pochissimo tempo fa da Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (Isabel Schnabel, "Unequal scars – distributional consequences of the pandemic", Speech at the panel discussion "Sharing the burden of the pandemic”, Frankfurt am Main, 18 September 2020).

La pandemia minaccia la salute delle popolazioni, pone enormi sfide per i sistemi sanitari e genera costi economici significativi. Si tratta sì di uno shock globale, ma che rischia di esacerbare non solo le preesistenti differenze tra Paesi, ma anche le preesistenti differenze all'interno dei singoli Paesi. Ed è verosimile che le persone a basso reddito e quelle con livelli di educazione più bassi risultino più a rischio, così come le donne e i giovani.

Per quanto riguardo le conseguenze dello scenario sul mondo del lavoro, il World Economic Forum ha recentemente stimato che, pandemia a parte, l'incremento nell'utilizzo dell'automazione potrebbe cancellare 85 milioni di posti di lavoro da qui al 2025. Nello stesso tempo, il Forum stima che nel corso del processo potrebbero essere creati 97 milioni di nuovi posti di lavoro, con una creazione netta pari quindi a 12 milioni di posizioni.

Ma si noti che non c'è alcun automatismo nel processo che assicuri la neutralità di tale fase di distruzione creativa. In generale, aumenterà il bisogno di azioni di “reskilling” e “upskilling” dei lavoratori, per assicurare che gli stessi risultino sufficientemente equipaggiati per seguire gli sviluppi del mondo del lavoro. E non ci sono nemmeno garanzie che il processo risulti neutrale dal punto di vista territoriale.

E' prossibile che le dinamiche della pandemia possano interagire con questi megatrend nel futuro, da un lato rallentando il passo delle attività economiche, e dal'altro influendo sul tasso di distruzione e di creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre, la crisi ha ovviamente messo a rischio immediato innumerevoli posti di lavoro, con settori quali ad esempio viaggi e turismo, le arti, la ristorazione, ancora più severamente colpiti rispetto alla media.

Quindi l'automazione ed i preesistenti trend, combinati con gli effetti della recessione indotta dalla pandemia Covid-19, potrebbero creare un ""double-disruption scenario" per il mondo del lavoro. Uno scenario che, prendendo anche in considerazione le differenze nella capacità di partenza che i differenti territori offrono per supportare attività di smart working, e considerate le spinte verso una riorganizzazione globale delle catene del valore, potrebbe innescare nuovi e più ampi "gap" tra i territori stessi.

Conclusione: da tutto ciò si può ricavare che politiche basate sul territorio e politiche di coesione sono e saranno sempre più fondamentali, probabilmente più di quanto non lo siano mai state.

1 commento:

  1. Sulla scia di queste considerazioni, si veda anche "The Jobs of Tomorrow", di Saadia Zahidi, pubblicato su "Finance and Development" e sul blog del FMI (https://blogs.imf.org/2021/01/07/the-jobs-of-tomorrow)

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