mercoledì 16 dicembre 2020

Riflessioni in pausa pranzo

Il Governatore della Banca d'Italia, Visco, ha tenuto un intervento su "Economia, innovazione, conoscenza" proprio oggi, 16 dicembre. Ne estrapolo un paio di punti, che mi paiono essere correlati.

"Le proiezioni per i prossimi anni, seppur circondate da un’incertezza senza precedenti, suggeriscono che nel nostro paese il PIL non recupererà il livello registrato alla vigilia dello scoppio della pandemia prima della seconda metà del 2023. Ancor più tempo sarà necessario per riuscire a tornare ai valori del 2007, precedenti la doppia recessione causata dalla crisi finanziaria globale e da quella dei debiti sovrani dell’area dell’euro. Si tratterà, quindi, di un sostanziale ristagno dell’attività economica nel complesso di circa un ventennio, dopo un lungo periodo, peraltro, di crescita in media già debole."

E, più in là, " La capacità di adattamento della pubblica amministrazione alle nuove esigenze del mondo produttivo è stata invece, in questi anni, particolarmente limitata. Ai ritardi nell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, si è affiancato l’insufficiente utilizzo delle potenzialità delle nuove tecnologie nei processi amministrativi con oneri cospicui a carico delle imprese e dell’intera società. Secondo le indagini della Banca Mondiale, in Italia l’efficacia dell’azione della pubblica amministrazione si colloca su valori ben al di sotto di quella stimata per paesi quali Francia e Germania, e poco al di sopra della media per il complesso dei paesi considerati, che include numerose economie emergenti e in via di sviluppo".

Premessa: le indagini della Banca Mondiale, assieme a tutta una classe di indagini attuate secondo certe modalità, non vanno assolutamente prese per oro colato, ma anzi (vedere,ad esempio, qui).

Detto questo, i due punti richiamati dal Governatore sembrano, come dicevo, essere logicamente interrelati. E mi limito a metterli uno affianco all'altro.

Non senza alcune piccole annotazioni a margine.

E' possibile che una organizzazione possa incrementare la propria efficacia nel momento in cui, per venti anni e più,  se ne arrestano quasi totalmente i meccanismi di reclutamento?

Quale organizzazione può migliorare la propria performance se tale blocco è talmente esteso nel tempo e pesante nelle cifre da eliminare di fatto intere generazioni dalla compagine?

E' possibile immaginare sviluppi positivi quando il fisiologico ricambio generazionale è inesistente, e l'età media cresce quasi di un anno ogni anno? Non solo diviene difficile assicurare l'attività in un quadro di risorse a disposizione declinanti, ma si ha proprio la sensazione che, oltre i giocatori in campo, non è che vi sia una panchina corta, ma proprio non vi sia la panchina!

E tralasciamo il peso di normative che hanno posto e pongono nuovi oneri amministrativi "a costo zero", dove il costo zero è divenuta quasi una clausola di stile. Sull'utilità di tali oneri, poi, occorrerebbe aprire quanto meno una discussione seria.

Oggi si parla del ruolo centrale della formazione. Ma, si ricorderà, dal 2010, oltre ad un blocco decennale dei contratti (che pure non ha certamente aiutato), si è dato il via ad un taglio feroce prima e ad una stagnazione poi delle risorse destinate alla formazione. E proprio in un momento nel quale ci si stava credendo molto.

Ecco... riflessioni banali forse, ma non per questo meno fondamentali.

Come per la politica monetaria, possono esistere effetti intertemporali anche in relazione alla gestione della cosa pubblica, e sopratutto del capitale umano. Cioè, donne e uomini che cercano di far funzionare le cose tra mille ostacoli. Poi, ne sono ben consapevole, la realtà è (come di consueto) molto più complessa di così...

Non dimentichiamoci poi dell'effetto Hawthorne. A parità di condizioni ambientali (in questo caso da intendere in senso lato), la produttività è anche funzione degli 'atteggiamenti nei confronti dei lavoratori. E la produttività tende ad aumentare se questi si rendono conto di essere oggetto di attenzione. Non ovviamente una attenzione "perniciosa", tesa alla denigrazione, al taglio delle retribuzioni, all'azzeramento delle diarie di missione, fino ad arrivare a forme di "trasparenza puntiva".

Forse, a volte, ci si dimentica degli aspetti sociologici e psicologici del lavoro. Aspetti che valgono anche - e forse ancor più - nel lavoro pubblico. E a volte, nella operatività di tutti i giorni, può non essere facile focalizzarli. Infatti, lascio questa traccia, più che a beneficio dei miei manzoniani lettori (sicuramente meno di 25!), a beneficio di me stesso, di modo che ogni tanto queste riflessioni mi ricapitino sotto gli occhi.

 

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