domenica 30 maggio 2021

Spy vs Spy

Il tema della "complicità" dei servizi danesi ("spying scandal", nella terminologia colorita utilizzata da DW) con la NSA in relazione ad attività di spionaggio su leader europei e sulla stessa cancelliera Merkel porta a qualche riflessione. Riflessione da effettuare rigorosamente con freddezza.

Verrebbe da dire che la politica, oggi come oggi, si basa su (si riduce a?) etica ed economia. Qui però le cose non sono così semplici.

Al di là delle reazioni del governo danese che hanno portato alle dimissioni dei vertici del FE (Forsvarets Efterretningstjeneste), alcune dinamiche devono far riflettere sulle modalità di indirizzo strategico e di controllo delle attività.

E' "simpatico" notare come nell"Intelligence Risk Assesment 2020 - An assessment of developments abroad impacting on Danish security" lo stesso Danish Defence Intelligence Service rimarchi che "The balance between the great powers – the United States, China and Russia – is shifting, challenging Western alliances and ideals". Una sfida senz'altro complessa da affrontare, e che forse diventa anche più complessa se le risorse degli "occhi" (cinque, nove o quattordici che siano...) non vengono coordinate opportunamente. Il che, per inciso, richiederebbe un coordinamento delle politiche estere dei relativi governi, non sempre ottenibile, non sempre totale.

Giovanni Castellaneta ricorda, in questi giorni, che "alla base dei rapporti internazionali degli Usa ci sono tre elementi principali: vision (il disegno strategico), execution (ovvero la capacità di dare seguito alle decisioni e di tradurre le componenti strategiche nel day by day delle azioni e delle iniziative quotidiane), e accountability (ovvero la necessità di rendere conto in maniera responsabile delle azioni messe in atto)."

Questo schema, a pensarci bene, è riproponibile in termini generali. E lo sarebbe anche per le comunità di intelligence, con una declinazione del terzo degli elementi citati che va ovviamente tarata in accordo con le relative specificità. Alla fine, dentro questi tre elementi, e nel rapporto fra essi, c'è tutto. Senza dimenticare che poi, a parità di impalcatura istituzionale, saranno sempre le persone a fare la differenza.

Tutto sta nelle procedure e nel "sistema dei contrappesi". Entrambi elementi da manutenere costantemente, perché il tempo e gli avvenimenti che si susseguono, specie in tempi recenti, agiscono spesso come potenti fattori di precoce obsolescenza. Risposte univoche e valide una volta per sempre non ve ne sono.

Infine, due annotazioni a margine dal lancio di DW.

La prima, per ricordare le dichiarazioni di Patrick Sensburg, "who led the German parliamentary committee to investigate the NSA spying scandal": "...it is important to understand what drives secret services. It's not about friendships. It's not about moral-ethical aspirations. It's about pursuing interests". Ma, ovviamente, si aggiungerebbe che la chiave sta soprattutto nel come vengono definiti gli interessi, e di come questi si vadano ad inquadrare nello schema di cui si diceva sopra.

La seconda, per riportare la chiusura del lancio: "The NSA, FE and Danish defense ministry did not respond to requests for comment on the research, however, a general statement from the defense ministry said that "a systematic bugging of close allies is unacceptable.". Da notare l'uso dell'aggettivo "sistematico.... 

E con questi pensieri domenicali e tardo-serali in libertà, auguro la buonanotte a tutti.

sabato 22 maggio 2021

Debito, deficit, economia: la nuova normalità

Leggo Schäuble. Leggo Rodrik. Leggo Tria, che ha letto Schäuble e Rodrik. Assimilo dati e notizie, cercando di formarmi una idea del "new normal" che verrà.

Insomma, un oscuro scrutare, tanto per dare spazio a qualche richiamo letterario.

Oppure, ove si preferisse qualcosa di più epico, lo scrutare di un ultimo, sopravvissuto Palantir (no, non la nota società!) per vedere - quasi indovinare - qualche frammento della realtà che verrà.

Che poi, anche la logica della Palantir (stavolta sì, proprio la società) potrebbe essere utile a classificare dati, discorsi, previsioni di oggi per cercare di estrapolare la realtà di domani: gli "oggetti" utilizzati dalla Palantir in fondo possono essere qualsiasi cosa, e si raggruppano in tre principali categorie: entità, eventi e documenti. Certo, l'analogia è un po' forzata, ma, mutatis mutandis, in fondo nemmeno tanto (e poi, questi sono sempre, come da titolo del blog, pensieri in libertà!).

Ma torniamo al discorso principale. La verità è che nessuno, fino ad oggi, sa con precisione cosa ci aspetta una volta usciti dall'emergenza economica connessa a quella sanitaria.

E questo riguarda non solo l'andamento dei flussi, ma anche (e non secondariamente), la sistemazione degli stock.

Cosa non convince fino in fondo nelle ipotesi di Schäuble? A parte i dettagli tecnici, in generale è un senso di "dogmaticità". Una dogmaticità che può portare - ed ha portato - ad errori anche non negligibili.

Ora, come è noto, chiunque di noi utilizza, che ne sia conscio o meno, una serie di chiavi interpretative, quasi verrebbe da dire di "filtri", per interpretare la realtà (ammesso che di realtà univoca si possa parlare, ma evitiamo di scivolare in questioni di natura metafisica più ancora che filosofica).

Insomma, ciascuno di noi ha il proprio nucleo infalsificabile "kuhniano" che gli fa considerare più o meno (o per nulla) i diversi aspetti di una determinata questione. Il nucleo su cui ciascuno costruisce la propria, personale, visione della realtà.

Non sarebbe però male essere consci dei propri filtri (non è facile...), e comunque cercare di rivolgere il proprio sguardo anche al di fuori delle "bolle" informative e di scambio di ciascuno, per cercare di integrare quei filtri, o quanto meno di manutenerli.

E magari cercare di non "chiuderli" o "aprirli" completamente. Il fatto che Schäuble ometta una parte importante della esperienza hamiltoniana che sarebbe importante nel suo ragionamento non vuol dire (necessariamente) che sia in mala fede, o che sia un partner inaffidabile con cui discutere e trattare. Tutt'altro.

Significa solo che rimane figlio di una certa cultura. Il che, per inciso, vale anche per noi e per chiunque altro.

In fondo, il passato in qualche modo si ripete.

Quando, negli anni Novanta "del secolo scorso" (specificazione inutile in questo caso, ma che fa tanto "eleganza"), iniziò una crescita decisa del mercato dei derivati da un lato, e di quello dei titoli strutturati dall'altro, più o meno il "consensus" diceva che questa crescita decisa avrebbe costituito un elemento positivo in quanto l'affermarsi dei derivati (e dei titoli strutturati) avrebbe consentito al rischio di allocarsi, in definitiva, presso le entità più attrezzate per gestirlo al meglio. Non andò esattamente così.

Cosa mancava all'epoca? E cosa occorrerebbe anche oggi per evitare di ripetere taluni errori?

Ebbene, se volessimo riassumere il tutto in una sola parola, occorre equilibrio.

Equilibrio tra fautori della crescita a tutti i costi e fautori della stabilità "alla Duisenberg" già quando era ancora presidente della banca centrale olandese (il Duisenberg dell'Aprile 1992 che, ad esempio, affermava che "The key is the that the primary aim of economic and monetary union is now a limited but important one, to aim at price stability. By definition everything else is subordinated to that").

Equilibrio tra utilizzo della politica monetaria ed utilizzo della politica fiscale, ché solo un utilizzo combinato e coordinato degli strumenti può massimizzare i risultati cercando di ridurre gli effetti collaterali.

Equilibrio tra esigenze sanitarie, esigenze di ristoro, ed esigenze di bilancio, poiché, se si passa la metafora, le leggi della fisica possono essere anche sospese per un po', ma sono sempre lì dietro l'angolo (viene in mente l'aereo che esegue una picchiata estrema per simulare la mancanza di gravità al proprio interno).

Ce ne servirà tanto, di equilibrio, declinato ovviamente in maniera "dinamica", che consenta di seguire sì una rotta tra i marosi, ma di adattarla tempo per tempo alla configurazione dei marosi stessi.

E questo ancora di più in una Europa che non è un vero e proprio stato federale.

Il tutto "incapsulato" in una paziente visione di lungo termine. Molto paziente e molto di lungo termine.

Non c'è una ricetta, non c'è una soluzione giusta a priori. Qualsiasi intervento istituzionale dovrà essere ampio, articolato ed esteso, nel tempo e nello spazio.

E noi dovremo essere sempre con lo sguardo rivolto al futuro, i piedi nel presente, ed i ricordi nel passato.

Non sarà facile. Non sarà breve, Ma su questa partita ci giochiamo il nostro futuro ed ancora di più quello di chi verrà dopo di noi.

 

martedì 4 maggio 2021

Ufficio-comunità ed ufficio-società

Mi è capitato di leggere un post su Linkedin di Stefano Gelmetti, condiviso da Marco Piredda.

Parlava delle bizzarrie e delle fluttuazioni delle carriera, ma la parte che più mi ha colpito e mi ha innescato un attimo di riflessione è stata quella finale:

"Cosa ripaga nel lungo periodo?

Trattare gli altri con rispetto, gentilezza, onestà, trasparenza. Ti sarà riconosciuto. Te lo riconoscerai.

Il modo in cui tu tratti le persone quando sei in una fase ascendente o in una posizione di potere sarà il modo il modo in cui le persone tratteranno te quando vivrai una fase discendente o di ripiego.

Impegnati per diventare una persona di valore, non di successo.

Il successo va e viene, è per gli altri. Il valore è per sempre, è per te."

L'estensore del post specificava poi, a latere, di non aver scritto questo passo con l'intento di sottolineare una motivazione utilitaristica, come potrebbe sembrare leggendolo da una certa angolazione.

Ecco. Sembra banale, ma ogni tanto occorre fermarsi a pensare, senza scomodare Toennies, all'"ufficio-comunità" oltre che all'"ufficio-società".

Che poi, a ben vedere, più che idealtipi contrapposti possono (devono?) essere invece considerati come complementari. Da un lato abbiamo la comunità caratterizzata dal senso di appartenenza, dall'altro la moderna organizzazione basata sul sinallagma (e sulla razionalità, seppur assolutamente limitata, per lo meno nel senso di Simon).

E quindi ecco le persone, le loro aspirazioni, i loro desideri, le loro inclinazioni, le loro capacità hard e soft.

Naturalmente, non è facile contemperare i due aspetti. E chiunque, capi compresi, subisce lo stress, ha le proprie questioni extralavorative, e talvolta può perdere le staffe. Stress e problemi della vita possono, in alcuni momenti, lasciare segni più profondi del consueto. A chi scrive, come a gran parte degli esseri umani, è capitato. Non spesso, per fortuna... l'importante forse è rientrarci quanto prima, nelle staffe.

Quante volte abbiamo sentito dire che tizio o caia sono tipi "tosti" per poi verificare di persona che in realtà la relativa caratteristica predominante è quella di possedere un cattivo carattere, talvolta associato ad una visione focalizzata sul brevissimo termine. Caratteristica che può essere di aiuto sotto taluni aspetti, ma decisamente di intralcio sotto altri, e questo anche in relazione all'andamento complessivo dell'unità.

Ma alla fine, lo sappiamo, i rapporti umani contano. Anche il più inaccessibile dei top manager ha comunque rapporti con una cerchia di collaboratori stretti. Ed in questa cerchia, il proprio stile di leadership "immediata" conterà.

Insomma... "trattare gli altri con rispetto, gentilezza, onestà, trasparenza". Non sempre è possibile per mille motivi. Tempo, numerosità degli "altri", vincoli di riservatezza. Ma dovrebbe essere un obiettivo comune a tutti.

E per quanto riguarda valore e successo, sembra proprio che di questi tempi il rapporto esistente fra loro sia quanto meno molto complesso. Che poi, entrambi i concetti possono essere declinati in tanti modi...

Ricordare di essere una persona tra persone, quale che sia il proprio ruolo in quel momento. Ricordare di essere parte di una squadra, e ciò a prescindere da quanti e quali componenti ci sia stato consentito scegliere.

Me lo appunto come un "memento", in questa breve riflessione che poco ha in comune con tutte le altre di questo blog. Ma, appunto, si tratta di pensieri (non solo) economici in libertà...


sabato 1 maggio 2021

PNRR - chi paga

Sarà ovviamente che il PNRR è l'argomento del giorno. Eppure mi ha colpito che, praticamente in contemporanea, un po' di amici e colleghi mi abbiano posto in sostanza tutti lo stesso quesito che sembra banale, ma forse per chi non è addetto ai lavori non lo è: per farla breve, se l'Unione Europea ci fornisce dei fondi, da dove provengono e chi ripagherà questi fondi?

In realtà le risposte sono semplici e complesse allo stesso tempo; senza entrare troppo nei dettagli provo a tracciarne una "sintetica sintesi".

Dunque, nell'immediato l'Unione europea emetterà titoli propri. Quindi i fondi, in prima battuta vengono dal mercato.

Da notare che un tale tipo di titoli costituirebbe quanto di più vicino si possa arrivare ad un "safe asset" (una classe di titoli con rischio di credito in teoria nullo, ma comunque tendenzialmente basso) atteso il quadro giuridico, istituzionale e fattuale attuale.

Non che sia una prima assoluta, in verità: qualcosa esiste già, ma si tratta di volumi molto contenuti e che comunque mal si attaglierebbero ad interventi su scala ordinaria. Il tutto, per inciso, potrebbe rappresentare anche un utile sviluppo ai fini della conduzione ottimale della politica monetaria, almeno per quanto concerne la Bce ed i Paesi che fanno parte dell'area Euro. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un'altra storia.

Si creerà così un debito dell'Unione, caratterizzato da una propria politica di emissione, che dovrebbe venir rimborsato progressivamente nel tempo, entro il 2058 (chi scrive potrebbe non esserci più a quella data, ma non è un buon motivo per non pensarci per tempo).

E come si ripagano i titoli emessi dall'Unione? Ebbene, mutatis mutandis, non è che vi siano differenze logiche di rilievo rispetto al caso di un singolo stato.

Dunque, i fondi vengono concessi ai singoli stati membri in parte a titolo di "grant" (a fondo perduto), ed in parte a titolo di prestito.

Si parte dall'art. 311 del TFUE, base legale per la cosiddetta "Decisione sule risorse proprie": l' Unione "shall provide itself with the means to attain its objectives and carry through its policies". E dunque occorrerebbero o l'individuazione di nuove risorse, quali la ventilata "tassa sulla plastica" (più propriamente "contribution based on the non-recycled plastic packaging waste"), oppure altre forme di entrata da individuare.

Quali? Si parla di un meccanismo di aggiustamento alle frontiere del carbonio ("Carbon border adjustment mechanism"), ovvero una sorta di dazio su qualsiasi prodotto importato da un paese al di fuori dell'Unione che non disponga di un sistema per valorizzare le esternalità derivanti dalle emissioni inquinanti a base di carbonio. Oppure ancora, per rimanere in tema, di una estensione del sistema in materia in vigore nella UE stessa (ETS - Emission Trading Scheme).

Altre opzioni potrebbero essere un "digital levy" - verosimilmente non prima del 2023, incentrato sulle attività intrinsecamente dematerializzate, anche per affrontare l'inadeguatezza delle attuali norme in materia di tassazione delle società per l'economia digitale -, oppure una forma di "Tobin Tax" (una imposta sulle transazioni finanziarie), o ancora la fissazione di una base imponibile comune per l'imposta sulle società: ma per questo tipo di ragionamenti i tempi per presentare le proposte sono decisamente più lunghi.

Alternative? Be'... tagliare le spese a parità dei contributi annuali degli Stati membri o aumentare i contributi stessi. O magari (ma proprio non pare se ne parli...) rivedere il regime dei "rebate".

Ovviamente, la parte concessa a titolo di prestito dovrebbe invece ritornare al bilancio dell'Unione sotto forma di rimborsi da parte degli Stati Membri che di quei prestiti hanno beneficiato. Stati che approfitterebbero sia dei bassi tassi di interesse, sia dei tempi lunghi di ammortamento, ma che, alla fine, dovranno fare ricorso ai propri bilanci per ripagare i debiti contratti. E dunque, le ipotesi sono quelle consuete: sostituire nel tempo il debito "europeo" con proprio debito (se, quando e nella misura in cui ciò sia fattibile), aumentare le entrate, diminuire le uscite.

Inutile ricordare che, se nel frattempo le risorse saranno state incanalate verso porgetti validi, una maggiore crescita semplificherebbe il rimborso di un debito caratterizzato da un valore nominale fisso (eccezion fatta per la eventuale frazione, che non parrebbe essere contemplata a livello europeo, indicizzata alla inflazione o alla crescita stessa) e da tassi di interesse nominali estremamente bassi se non negativi. E questo vale sia per il debito europeo riveniente dalla parte "grant", sia da quello connesso ai prestiti concessi agli Stati Membri.

E questo sarebbe il quadro semplice? Lo so... ad un lettore estraneo potrebbe sembrare una sorta di scioglilingua. Eppure già cosi è semplificato al massimo. Mancano ovviamente tanti dettagli rilevanti, come la gestione del debito europeo (e magari l'opportunità di mantenerne viva una quota dopo il 2058, per considerazioni legate anche alla politica monetaria). Ma, fedeli alla linea di semplicità (relativa) e di brevità di questo blog, oggi ci si ferma qui.

 

MICE, ovvero della natura umana

Denaro/Ideologia/Coercizione (o compromissione)/Ego. In italiano l'acronimo risulterebbe DICE (dado). Ma, salvo che per gli amanti dei g...