domenica 28 marzo 2021

Dopo la pandemia

Si inizia a parlare del "dopo" pandemia. O meglio, si inizia finalmente a vederne parlare a livello pubblico.

No, non voglio interpretare il solito economista con il paraocchi. La situazione è ancora seria, serissima. Ma purtroppo questo non ci esime dall'iniziare a guardare al futuro meno prossimo.

Un futuro in cui si sarà auspicabilmente raggiunta una nuova normalità, ed in cui occorrerà farsi carico dell'eredità lasciataci a livello economico e finanziario dalla pandemia. Una eredità sgradita, che dovrà comunque essere gestita, anche se le ferite disuguali lasciate nel tessuto sociale dovessero rivelarsi meno durature di quanto temuto. Una eredità la cui gestione andrà ad  incrociarsi con le sfide degli altri megatrend che già stavano facendo sentire i propri effetti.

Ne accennavamo già qui. E già da quel breve post di fine 2020 si intravedeva tutta la complessità del futuro.

Come se ne uscirà? Insieme e non senza difficoltà... Difficile immaginare una via di uscita solitaria da una situazione che interessa così tanti attori con elementi di complessità in senso tecnico (relazioni non lineari e a due vie).

Insomma, bene iniziare a parlare di cosa verrà dopo; di quali saranno i termini del nuovo Patto di stabilità e crescita. della opportunità di ragionare di un debito comune non come risposta emergenziale, ma come sviluppo "hamiltoniano", se mi si passa l'immagine.

Ma bene, molto bene, anche fare riferimento a tutte le precondizioni e le azioni da compiere in parallelo perché ciò sia una reale possibilità, e segnatamente il completamento dell'unione del mercato dei capitali ed il compimento dell'unione bancaria.

Non bisogna farsi troppe illusioni. Il sentiero di uscita dai problemi sarà quasi tanto complesso e tanto "penoso" quanto le conseguenze dei problemi stessi. Con una differenza essenziale, però: creare una prospettiva per tutti.

Oh, certo, magari tutti questi ragionamenti potrebbero essere smentiti e spazzati via da qualche grossa innovazione che improvvisamente darà il via ad un lungo ciclo di investimenti, risolvendo - perché no? - anche i problemi ambientali (si pensi, ad esempio, ad una maturità della fusione fredda, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di investimenti per la generazione distribuita, per la revisione dei sistemi di trasporto e dispacciamento, per le ricadute della disponibilità di grandi quantità di energia pulita che rendessero possibili attività oggi non perseguibili o perché antieconomiche o perché incompatibili con una sana gestione ambientale). E mai potrei essere così felice di essere smentito.

Purtroppo, come chi mi conosce sa bene, tendo sempre a sottolineare la differenza tra speranze ed aspettative. Ed è su queste ultime che tocca basarsi per avere una visione del futuro, non disdegnando ogni tanto di appoggiarsi ai sogni che derivano dalle prime.

 

sabato 27 marzo 2021

La citazione del giorno - ancora Fulvio Martini

"In realtà, malgrado la struttura verticistica, le operazioni di un servizio sono sempre fatti di gruppo, con responsabilità diverse ma convergenti sul risultato finale". Fulvio Martini, "Nome in codice: Ulisse", Rizzoli, 2001.

L'ambito di provenienza di questo pensiero è ben definito, ma personalmente credo che la sostanza sia (debba essere) applicabile a molti livelli.

 

giovedì 25 marzo 2021

Brexit, Anno Uno

Chris Patten, ricordato spesso come ultimo governatore della Hong Kong "britannica", affronta, in un intervento dal titolo "The UK’s Hard Brexit Choices Have Arrived" (consultabile qui), alcuni temi di fondo della Brexit e li mette in relazione con la visione strategica come delineata nel "policy document" sulla "GlobalBritain" di recente pubblicazione.

Ora, tralasciando volutamente le questioni in merito alla bontà delle scelte strategico-commerciali ed alla loro effettiva implementazione, nonché le polemiche sulla mancata pubblicazione di stime sull'impatto del "Brexit deal" sull'economia, dal testo segnalato sembrano emergere un paio di punti più "politici" su cui riflettere.

Il primo, "secco", è più una osservazione che una opinione, e si possono utilizzare le stesse parole di Patten per riassumerlo: "Since the United Kingdom left the European Union, relations with its continental neighbors have gone from bad to worse. On both sides, a toxic blend of distrust and nationalism increasingly infuses almost every contentious issue"

Il secondo è invece più articolato, e riguarda alcune scelte di fondo del governo di Sua Maestà. Scelte questionabili non tanto in assoluto (sebbene siano forse state caratterizzate da una certa dose di approssimazione, soprattutto considerando che rappresentavano una cesura notevole rispetto ai comportamenti negoziali della precedente compagine), quanto in relazione alla volontà/capacità di onorare (la radice etimologica del termine non è casuale) gli impegni presi conformandosi ad un generale principio di buona fede, mantenendosi coerenti e segnalandosi così, soprattutto in questa fase, come partner affidabili per il presente e per il futuro. E questo non solo verso l'UE.

La questione concerne, in particolare, gli impegni presi sullo "status" dell'Irlanda del Nord. Anche qui si possono utilizzare direttamente le parole dello stesso Patten, rinviando alla lettura del testo completo dell'articolo per ulteriori dettagli: "...the only way to avoid re-establishing a border between the Republic and Northern Ireland (which would undermine the 1998 Good Friday Agreement that brought peace to the UK province) is for Northern Ireland to remain in the customs union with a border of some sort between it and the British mainland. Johnson signed up for this – something that his predecessor, Theresa May, refused to do – and then denied that there would be such a border." E ancora: "Now, his European minister, David Frost ... has announced that the UK will ignore the Withdrawal Agreement until it gets what it wants".

Potrebbero, a questo punto, tornare alla memoria quelle antiche parole di Dean Gooderham Acheson, che così tanto, si disse, offesero Harold Macmillan, ricordate in questo articolo dello "Spectator": "Great Britain has lost an empire and has not yet found a role. The attempt to play a separate power role — that is, a role apart from Europe, a role based on a ‘special relationship’ with the United States, a role based on being head of a ‘commonwealth’ which has no political structure, or unity, or strength — this role is about played out. Great Britain, attempting to be a broker between the United States and Russia, has seemed to conduct policy as weak as its military power."

Ma ovviamente si tratta di altri tempi, altre circostanze, altri personaggi.

Questo è l'Anno del Signore 2021, 1 ab Brexit...

martedì 23 marzo 2021

Politica monetaria, tecnologia e disuguaglianza

La BRI ha pubblicato un documento di (o meglio, "based on remarks by") Luiz Awazu Pereira da Silva (Deputy General Manager dell'Istituto) sul tema del rapporto tra politica monetaria, tecnologia e disuguaglianza.

La principale considerazione di base è quasi ovvia: la politica monetaria si è interessata maggiormente al tema della disuguaglianza, soprattutto perché è probabile che la disuguaglianza abbia un impatto sulle modalità di trasmissione e sul grado di efficacia della politica monetaria stessa. E questo impatto diviene particolarmente rilevante nella congiuntura attuale, in quanto la pandemia ha colpito in maniera asimmetrica i diversi settori economici.

La tecnologia può contribuire ad aumentare l'inclusione finanziaria e quindi a migliorare l'efficacia delle politiche. Tuttavia, da sola, se non supportata da altre politiche, la tecnologia può non bastare. Nel complesso, affinché la tecnologia contribuisca significativamente all'inclusione, dobbiamo promuovere la sua qualità di “ bene pubblico”, e la sua disponibilità per tutti attraverso una diffusione la più ampia possibile. Ciò potrebbe richiedere la promozione di piattaforme pubbliche e di una reale concorrenza, per impedire che il processo di innovazione venga "catturato e gestito da pochi.

In sintesi, gli interventi di matrice pubblica dovrebbero mirare a promuovere sia l'efficienza che l'equità. Tali interventi potrebbero includere la messa a punto di infrastrutture pubbliche come ad esempio sistemi rapidi di pagamento al dettaglio. Il tutto in quadro caratterizzato da un approccio normativo equilibrato, che da un lato incentivi l'innovazione, e dall'altro eviti la formazione di rendite.

Riassumendo, è improbabile che la tecnologia possa risolvere da sola i problemi generati dalla disuguaglianza. Essa può però aiutare a diversi livelli, rendendo diverse classi di politiche più efficienti.

Il documento, dal titolo " Monetary policy, technology and inequality", è liberamente accessibile qui.

 

sabato 20 marzo 2021

Appunti Vintage - Kyoto

Prosegue la serie di appunti vintage. Da vecchi HDD che vado ripulendo e razionalizzando, continuano a spuntare appunti e pensieri fissati rapidamente in formato testo, fantasmi elettronici di un me stesso di tanto tempo fa. E credo che ve ne siano ancora tanti altri, in cui si assommano la curiosità per rivedere cosa mi passava per la testa in un passato abbastanza remoto, e di ritrovare temi e discussioni "d'epoca".

Stavolta mi son trovato davanti a una riflessione evidentemente scritta di getto. Unico aiuto per datare il testo, la datazione del file stesso, che risale all'estate del 2009. Un altro tempo, un altro mondo.

Lo ripropongo così come lo ho ritrovato...

Kyoto sì, Kyoto no. E' evidente che occorre fare qualcosa, che occorre coordinarsi al meglio e che occorre farlo in fretta. O almeno è evidente per me. Ma questo non vuol dire che non si possano notare alcune "incongruenze", o forse manchevolezze, del dibattito politico-economico italiano, le cui conseguenze possono essere talvolta rilevanti (in negativo) per il sistema Paese.

Grandi dichiarazioni "politiche"; prese di posizione che talvolta sembrano prese "a prescindere"; molto rumore, poco dibattito tecnico.

Quello che interessa in questo caso, dunque, non è il momento della decisione di aderire o meno al protocollo, quanto quello successivo, della messa a punto dei dettagli tecnici di realizzazione. Sì, proprio quei dettagli noiosi che non piacciono a molte persone, che preferiscono invece "volare alto", a carico magari delle finanze altrui.

Cos'è successo, molto in breve? Semplicemente, l'Italia, per motivi diversi legati sia alle caratteristiche delle attività produttive sia alla gestione passata delle politiche economiche, è un'economia efficiente relativamente all'utilizzo di energia nei processi produttivi stessi.

Questo è un punto importante, che andava considerato e fatto valere di più nelle trattative. Trattative che, ahimè, non sembrano aver avuto un esito ottimale, forse proprio a causa di una impropria "vis ideologica" che può pure essere utilizzata nel processo decisionale "a monte", ma che andrebbe assolutamente neutralizzata nelle trattative tecniche a valle.

Se ci sono due persone, di cui una pesa 50 Kg e l'altra 80 Kg, non si può chiedere ad entrambe, nell'ambito di un programma di dimagrimento, di perdere 10 Kg "a prescindere" dalla situazione di partenza. Invece, nel caso delle emissioni di CO2, pare proprio che sia avvenuta qualcosa del genere.

Il risultato? Una difficoltà notevole ad adempiere ad obiettivi definiti come nell'esempio di cui sopra, e, ovviamente, la seria e ravvicinata prospettiva di dover acquisire sul mercato diritti di emissione per centinaia di milioni di Euro.

I soldi verranno incamerati da chi tali diritti venderà, e cioè verosimilmente da aziende inquinanti di paesi inquinanti che, visti i processi di definizione degli obiettivi, hanno, a valle, vita facile a conseguire i propri.

Questo è un passo di Repubblica On Line che pare riassuma bene i termini di una questione che oramai va trascinandosi da tempo, e non arriva certo come un fulmine a ciel sereno [non risulta purtroppo annotato alcun riferimento ulteriore]:

"Tutto inizia con i tetti alle emissioni di anidride carbonica che l'Italia ha contrattato con l'Ue nel 2007: 201,63 milioni di tonnellate l'anno per il quadriennio 2008-12 contro i 230 milioni richiesti. Le quote di emissione sono state poi assegnate con un piano nazionale ai vari settori (come produttori elettrici, acciaierie, cementifici). Le società elettriche denunciarono che quote così basse avrebbero bloccato la costruzione di nuove centrali con il paradosso di non poter rinnovare (e quindi rendere meno inquinante) il nostro sistema elettrico. Così nel 2008 il governo si è impegnato a garantire 16,93 milioni di tonnellate ai nuovi entranti (cioè a quelle centrali che non avevano ancora ottenuto l'autorizzazione ad emettere gas serra) e "a tutti i nuovi entranti le quote di Co2 eccedenti questo tetto".

Ora si tratta di pagare. Il governo - a meno che le imprese non rinuncino a quanto garantitogli per legge - deve andare sul mercato dei diritti ad emettere Co2 e comprarli all'asta dalle imprese comunitarie che sono sotto i loro tetti di emissione".

Se ciò non verrà fatto, scatteranno sanzioni più elevate. In ogni caso, indovinate chi sarà chiamato a mettere mano ai portafogli?

Gran parte di questa cifra finirà nelle tariffe elettriche durante l'anno prossimo. E peserà, ovviamente sui consumatori, per un importo al momento stimato in 40 euro annui di addizionale.

Che almeno tutto ciò serva di lezione per il futuro...

Così si concludevano questi appunti rapidi che ci salutano da un baratro ampio ben 12 anni. A parte il caso specifico, avremo imparato qualcosa?

 

sabato 13 marzo 2021

Pensieri di una notte di mezzo inverno

E no. Questo è un mondo dove raramente la scelta di politiche "estreme" risulta ottimale. Può risultare talvolta premiante, limitatamente a certi momenti storici e/o in maniera circoscritta rispetto a determinati risultati, ma, nel complesso, scelte "estremiste" generano contraddizioni, squilibri, rischi di minare la coesione sociale ed economica. Tutti "contrattempi", magari "conseguenze inintenzionali di azioni intenzionali", che in alcuni momenti "maturano" al di fuori dei riflettori, al di sotto del pelo dell'attenzione, si cumulano, ed alla fine generano costi anche pesanti, ed "esplodono" spesso all'improvviso.

Da dove vengono queste riflessioni? In effetti, sono state "innescate" da un paio di episodi recenti e dalla connessa lettura di taluni contributi.

Ad esempio, "Texas Froze by Design" di

Ecco, al di là delle motivazioni del caso di specie, in queste condizioni insistere che "the state’s energy market has functioned as designed" può risultare "comprensibile" da parte di un economista (categoria cui, nel bene o nel male, in gran parte appartengo), ma non può non suonare davvero singolare - attesi i risultati - da parte della generalità delle persone. Tra l'altro, la circostanza che, in quei momenti, un noto politico di riferimento a livello federale sia stato visto "fuggire" dallo Stato per espatriare verso il Messico allo scopo di godere di una vacanza extra in un resort molto costoso non ha certo contribuito a diminuire il livello delle inevitabili polemiche.

Insomma, si ritorna, in qualche modo, al negletto, spesso dimenticato o anestetizzato, trade-off tra efficienza ed efficacia di cui abbiamo parlato anche qui e altrove.

Altro esempio di politica estrema, sebbene allo stadio iniziale: il governatore dello Stato del Nevada avrebbe proposto recentemente di permettere a società hi-tech di stabilire una propria giurisdizione con poteri simili a quelli delle contee, a condizione che queste posseggano almeno 50.000 acri di terreno e promettano di investire almeno 1,25 miliardi di dollari, il che consentirebbe di creare una "Innovazion Zone".

Riprendo dal lancio di stampa di cui ho riportato il link: "The zones would be governed by a board responsible for overseeing zoning, taxation, law enforcement and other government functions on their land. It would override local county regulations. The governor’s office of economic development would initially appoint three members to govern the zone, including two required to be from the company."

Ora, si comprende l'interesse dell'esperimento, ma qui si scivola facilmente in campo metaeconomico. A seconda dei poteri che venissero nel concreto concessi (siamo a livello di prima proposta), si aprirebbero scenari che potrebbero andare dall'interessante per passare al vagamente inquietante, e addirittura costituire un primo passo per potenzialmente evolvere verso il distopico (Blade Runner?).

Ma direi che questi pensieri di una notte di mezzo inverno si sono già prolungati troppo. Ed essendo arrivata la mattina, in luogo della consueta Buonanotte, auguro al lettore viandante una ottima giornata.

 

lunedì 8 marzo 2021

La citazione del giorno - AI

Americans have not yet grappled with just how profoundly the artificial intelligence revolution will impact our economy, national security, and welfare. Much remains to be learned about the power and limits of AI technologies. Nevertheless, big decisions need to be made now to accelerate AI innovation to benefit the United States and to defend against the malign use of AI..."

"The race for AI supremacy is not like the space race to the moon. AI is not even comparable to a general-purpose technology like electricity. However, what Thomas Edison said of electricity encapsulates the AI future: «it is a field of fields... it holds the secrets which will reorganize the life of the world»".

(National Security Commission On Artificial Intelligence, 2021 Final Report)

domenica 7 marzo 2021

Loro, Noi, Twitter e gli altri /3

Ne avevamo già iniziato a parlare qui e qui. Il "potere" - ciascuno declini il concetto nei dettagli come meglio ritiene - acquisito dalle piattaforme social nei confronti dei propri utenti è una realtà. E questo va detto senza giudizi, senza connotazioni di bene o di male.

Si tratta di un grande potere. E, come gli appassionati di Spiderman ben sanno, a un grande potere corrisponde - o dovrebbe corrispondere - una grande responsabilità. E, si sarebbe tentati di aggiungere, una grande responsabilità implica un adeguato livello di accountability.

Al di là degli aspetti legati a tutela dei dati personali ed alle attività di tracciamento - pur entrambi punti critici - il dibattito si è focalizzato, dopo la turbolenta fine della presidenza Trump, sul potere di "vita e di morte", o meglio di silenzio e di parola, che le piattaforme, nella società attuale, hanno di fatto acquisito sia nei confronti di personaggi pubblici, ivi compresi i politici, sia nei confronti di noi cittadini comuni.

Ecco che compaiono (o, meglio, emergono) nuove esigenze nel pubblico. Esigenze di "oggettivizzazione" del potere, di utilizzo omogeneo e proporzionato dello stesso, di non discriminazione.

Tra l'altro, appena che si sviluppino soluzioni alternative aventi un certo grado di capacità tecnica e di credibilità (a torto o a ragione, vedi il caso Whatsapp - Signal) si pone una questione di fiducia degli utenti, con possibili migrazioni e moltiplicazione di piattaforme (il che, per inciso, pare tendere a complicare attività di monitoraggio legittime).

Questo aspetto è stato di recente colto bene in un intervento di Marina Rita Carbone sul tema del rapporto tra social media e blockchain (Social media su blockchain: il nuovo trend, pro e contro).

Tra i punti critici richiamati nell'intervento, e mutuati dal pensiero di Jack Dorsey (il CEO di Twitter), ne viene tra l'altro sottolineato uno che normalmente viene un po' sottovalutato, ed inerente un mutamente (quasi una "mutazione", verrebbe da dire) del ruolo delle piattaforme social: "non più spazi aperti nei quali condividere contenuti, ma un insieme di algoritmi che hanno il potere di scegliere quali contenuti mostrare agli utenti (elemento, questo, che potrebbe mutare nei sistemi basati sulla blockchain, in quanto non ci si concentrerebbe sulla rimozione del contenuto, ma sulla raccomandazione o meno dello stesso, come avviene oggi per le email)".

E proprio qui pare essere il punto chiave dal quale prendono le mosse gli sviluppi recenti verso il c.d. "standard decentralizzato", che si affianca al tema della fiducia di cui si diceva. Sviluppi che includono l'affermarsi di nuovi protagonisti e di un nuovo modello non proprietario, basato appunto su un set di regole tendenzialmente comuni, e sottoposte a processi di condivisione.

Sistemi che quindi non si basino sul "ban", ma sulla raccomandazione di contenuti o sulla limitazione dell'accesso agli stessi. Tutto ciò prendendo "a bordo" le possibilità offerte dalla applicazione della blockchain (e infatti si parla di "blockchain social") in termini di monetizzazione, se del caso, dei contenuti stessi da parte dei produttori.

E dunque, ecco i vari LBRY o All.me.

L'applicazione integrale e generalizzata delle logiche sottostanti alla nascita di social di questo tipo porterebbe, usando le parole del citato intervento inerente i social media su blockchain, a consentire "ad un individuo di creare il proprio social network e determinare in autonomia come opera e quali limitazioni porre ai contenuti che visualizza e che gli utenti possono pubblicare, decentralizzando le responsabilità e le proprietà degli strumenti. Il contenuto pubblicato, infatti, non è moderato da una società unica, che effettua un controllo “dall’alto” tradizionale, ma dai singoli fondatori delle reti “federate”, condivise, che stabiliscono quali sono i termini e le condizioni di utilizzo delle stesse. Resta ferma, tuttavia, l’impossibilità di rimuovere un contenuto che sia in violazione di tali condizioni, in virtù del peculiare funzionamento delle reti blockchain".

Naturalmente, nelle more dello sviluppo completo di tali modelli o, come scelta precisa, come ricerca di una mediazione. è possibile l'affermarsi di forme intermedie.

Ora, dove ci porta tutto ciò? Nelle rivoluzioni "alla Kuhn", nuovi modelli si affermano non tanto perché rispondano meglio a vecchie domande, quanto perché rispondono a nuove domande, che i precedenti modelli non erano in grado di affrontare.

Ora non è che un social sia un nucleo metafisico infalsificabile. E qui i punti di debolezza dell'approccio sono evidenti.

Da un lato si affronta il problema della fiducia. Dall'altro, le soluzioni prospettate appaiono avere diversi punti deboli in termini di omogeneità, proporzionalità, e - si può dire? - di sicurezza pubblica.

Si creerebbe, in ogni caso, una concorrenza tra piattaforme. E, tornando all'articolo citato, "non è da escludersi che i social tradizionali non saranno rimpiazzati dai nuovi social fondati sulla blockchain, ma che, invece, la nuova concorrenza venutasi a creare ponga le Big Tech dinanzi all’obbligo di mutare i propri paradigmi per creare un prodotto migliore, che venga incontro alle necessità dei propri utenti senza sottoporli al rischio di estremizzazione della piattaforma".

Ecco, queste sono le forze che sembrano muoversi al di sotto del pelo dell'acqua.

Cosa accadrà? Nessuno lo sa ancora davvero. Quel che è certo è che la fine della Storia è lontana, e non siamo ancora all'ultimo Uomo...

martedì 2 marzo 2021

Appunti Vintage - Parole e riti

Ancora un messaggio dal passato. Stavolta il "pizzino sparso", ancorché elettronico dovrebbe provenire dal 2010 (con una tolleranza possibile di un anno).

"I discorsi, anche i più validi, possono spesso lasciare un senso di insoddisfazione. Devono lanciare segnali senza compromettere eccessivamente chi li lancia, devono costruire consenso e non possono addentrarsi troppo in particolari, anche per tener desta l'attenzione degli astanti.

Così, se si legge ad esempio la cronaca del discorso della Presidente di Confindustria su "Il Sole" del 22.5 ci si avvede che "il sostegno alla domanda dovrà proseguire", ma che bisogna "impostare, sin da oggi, le necessarie misure di riequilibrio dei conti pubblici".

E ancora, che "nuove regole devono riguardare tutto il sistema finanziario", ma "occorre evitare la moltiplicazione inutile di norme e controlli ..... bastano principi condivisi di regolazione e un'efficace sorveglianza", ma "non serve un'autorità finanziaria mondiale".

E così via. Per cui, bisogna certo prendersi un po' di tempo per leggere questi discorsi-rito, ma occorre al contempo essere consapevoli del loro valore spesso necessariamente relativo.

Poi ci sono i discorsi "iconici". Ma questa è un'altra storia..."

 

MICE, ovvero della natura umana

Denaro/Ideologia/Coercizione (o compromissione)/Ego. In italiano l'acronimo risulterebbe DICE (dado). Ma, salvo che per gli amanti dei g...