mercoledì 30 dicembre 2020

Jake Sullivan, "National Security Advisor" designato dal Presidente eletto Biden

A fine Novembre 2020 Jake Sullivan è stato designato "National Security Advisor" dal Presidente eletto Biden.

Interessante notare la sua partecipazione ad un progetto portato avanti da un gruppo abbastanza ampio di persone. L'obiettivo era prestare ascolto alle istanze provenienti dal di fuori della "Washington bubble", attraverso interviste con piccoli imprenditori, agricoltori, esponenti della amministrazione a livello statale e locale etc. in tre stati americani (Ohio, Nebraska, Colorado). Le domande erano costruite per comprendere, in particolare, cosa queste categorie desiderassero che la politica estera americana facesse per loro.

I risultati del lavoro sono stati condensati in un rapporto dal titolo abbastanza, per così dire, originale: "Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class", e consultabile qui.

Giusto per "inquadrare" un po' il Sullivan, può essere utile richiamare i cinque punti, definiti "broad recommendations", che il rapporto propone per meglio integrare l'agenda della politica estera nella più complessiva agenda nazionale, con l'obiettivo di rafforzare la classe media e migliorare la mobilità economica e sociale. Provo a ridurre all'osso il contenuto delle raccomandazioni (sottolineature mie), rinviando necessariamente alla lettura del rapporto per un quadro più completo.

1) Allargare il dibattito al di là delle questioni commerciali. Ciò tenendo conto sia del fatto che la stessa "classe media" non è un gruppo monolitico ed ha interessi che possono essere divergenti al proprio interno, sia che il dibattito sul commercio internazionale spesso può essere una "proxy" dei timori sulla tenuta del contratto sociale. Il rapporto, nel richiamare un sondaggio secondo cui il 79% degli americani riterrebbe che il commercio internazionale sia una opportunità per la crescita economica, sottolinea che molti cittadini sarebbero più preoccupati delle questioni inerenti le conseguenze economiche del posizionamento politico-militare degli USA che della semplice rivisitazione delle politiche commerciali.

2) Tener conto degli effetti distributivi della politica economica estera. E questo, in particolare, facendo sì che la politica estera dia priorità a politiche internazionali che stimolino la creazione di posti di lavoro e la crescita dei redditi; rivedendo l'agenda sul commercio internazionale USA coordinandola ad una agenda di politica interna che sostenga una crescita economica più inclusiva; aggiornando gli strumenti e i meccanismi di "enforcement" interni ed internazionali per meglio contrastare le pratiche sleali di commercio estero particolarmente dannose per PMI e lavoratori; attivandosi per concludere accordi che chiudano i divari regolamentari e di governance a livello internazionale, con l'obiettivo di migliorare la condivisione degli oneri ed contribuire ad affrontare le questioni sull'equità; implementando una strategia nazionale per la competitività che includa gli sforzi per rendere i lavoratori e le PMI statunitensi più competitivi nell'economia globale e migliorando la capacità di attrazione di investimenti per creare posti di lavoro.

3) Far cadere gli steccati tra politica interna e politica estera. La bussola, il prisma interpretativo costituito dai temi della sicurezza e della concorrenza geopolitica rimane fondamentale. Ma questo prisma va allargato, e va caratterizzato da una più profonda comprensione dell'economia interna e delle correlate questioni sociali, nonché alla complessa interazione tra queste e le decisioni di politica estera. Con una "chiosa: questo riorientamento "will also require the contributions of a new generation of foreign policy professionals who break free of the mold cast during the Cold War and its immediate aftermath".

4) Bandire i principi organizzativi obsoleti relativi alla politica estera degli Stati Uniti. I pianificatori e gli strateghi della sicurezza nazionale e della politica estera vorrebbero definire principi "neat" per elaborazione della strategia USA. Peraltro, secondo il rapporto, non ci sarebbero evidenze che la classe media americana si compatti in funzione degli sforzi volti a ripristinare il primato degli Stati Uniti in un mondo unipolare, intensificare una nuova guerra fredda con la Cina, o intraprendere una lotta "cosmica" tra democrazie e governi autoritari a livello mondiale.

5) Costruire un nuovo consenso politico attorno a una politica estera che funzioni meglio per la classe media americana. Secondo il rapporto, nessuno degli attuali principali approcci alla politica estera costituisce la chiave per il rinnovamento della classe media americana. Infatti, nonostante gli interessi economici e politici della classe media siano variati, le preferenze relativamente alla politica estera sembrano indicare un consenso non ancora riflesso nella classe politica "altamente polarizzata" del giorno d'oggi.

Cosa viene in mente leggendo queste annotazioni in maniera assolutamente cursoria?

Ci sarebbero molte considerazioni da fare. Il rapporto è recente, ma ovviamente il ruolo di Sullivan è ora mutato, e comunque si tratta di un lavoro "corale", con sfumature "obamiane".

Maggiore pragmaticità, meno idealizzazione, più focalizzazione sui ritorni immediati, forse. ed un approccio che passa probabilmente dal considerare i problemi complicati a considerarli invece complessi. Oltre ad istanze di riconciliazione interna ottenuta anche attraverso la politica estera, nonché mediante un ricambio di volti e ruoli. Ma il discorso sarebbe lungo, e queste note hanno già raggiunto una dimensione "critica".

Dunque, chiudiamo qui e predisponiamoci per l'attesa della fine di questo ineffabile 2020. Ovviamente, non posso congedarmi, seppur momentaneamente, senza prima formulare i miei auguri per un felice 2021 ai miei consueti manzoniani lettori. Ci si risente con l'anno nuovo!

 

lunedì 28 dicembre 2020

Classifiche, debito, rischio

Con la fine del 2020, arriva la top ten dei rischi e delle opportunità per il 2021, di matrice Atlantic Council (consultabile qui).

Concentrandosi sui rischi, se ne notano in particolare due, in qualche modo correlati, cui è associata una probabilità non bassa: "Another global financial crisis, driven by debt, breaks out" e " Western countries struggle with a slow economic recovery". Con la precisazione che l'insieme delle "Western Countries" potrebbe facilmente allargarsi, nel caso di scenari più severi e/o includenti crisi finanziarie.

E' quasi banale specificare che minore è la crescita, minori sono le capacità di manovra sul debito, a fronte di una percezione di rischio del mercato che aumenta.

Viviamo in tempi "mirabili", che sarebbero anche astrattamente interessanti dal punto di vista dell'economista, se solo non generassero tanta sofferenza, dolore e incertezza.

Ma non siamo qui per affrontare questioni inerenti la teodicea o simili. Torniamo dunque ai nostri ragionamenti.

Jens Weidmann, presidente della banca centrale tedesca, in un suo recente discorso ("The potential long-term effects of the coronavirus crisis on the economy and on monetary policy"), chiarisce gli estremi di una concezione ben precisa, che si potrebbe definire, senza per questo voler dare giudizi di valore, "dogmatica".

In sostanza, si dice molto preoccupato dei rischi associati agli acquisti di titoli di Stato, sebbene riconosca (forse a denti stretti...) che sia generalmente accettato che l'acquisto di attività possa essere uno strumento di politica monetaria legittimo ed efficace.

Dopo di che, passa a sottolineare la potenziale presenza di effetti collaterali indesiderati. Il che non è aprioristicamente sbagliato.

Soprattutto in tempi di crisi, dice Weidemann, la politica monetaria dipende da tre fattori: una scala appropriata delle operazioni; la scelta degli strumenti giusti; la progettazione intelligente del programma.

Detto, questo, pur notando che in tempi recenti c'è stata di certo la necessità che la politica monetaria intervenisse, il teutonico banchiere procede esternando un certo disagio in relazione alle dimensioni via via assunte dal PEPP.

In sintesi, il suo punto è che occorrono garanzie sul fatto che gli interventi emergenziali di politica monetaria non diventino una caratteristica fissa, ma vengano invece essere ridimensionati una volta terminata la crisi. Per dirla direttamente con le sue parole, "monetary policy as a whole must be normalised if the inflation outlook requires this".

Questo perché il ritardo nella normalizzazione potrebbe profilare un'era di "fiscal dominance", vale a dire di crescenti pressioni su una banca centrale affinché utilizzi la politica monetaria per mantenere il valore di mercato del debito pubblico (cioè bassi tassi di interesse). In un gioco di aspettative incrociate, i governi potrebbero perdere qualsiasi remora all'accumulo di nuovo debito, dando per scontato l'intervento di salvataggio delle autorità monetarie.

Per evitare, dunque, di arrivare a quello che si caratterizzerebbe alla fine come un "game of chicken", è necessario che le banche centrali debbano impegnarsi credibilmente (con la collaborazione delle autorità fiscali) verso l'obiettivo della stabilità dei prezzi. E per evitare alla radice di alimentare aspettative distorte, le banche centrali dovrebbero chiarire "qui ed ora" che, se le prospettive di inflazione richiedono una normalizzazione della politica monetaria, tale normalizzazione non sarà evitabile, a prescindere da ogni considerazione in materia di costo del debito pubblico.

Pulito, chiaro, accademico, e comprensibile.

Però... però. Rivediamo un attimo i due rischi "scelti" tra quelli elencati per il 2021 dall'Atlantic Council. Cosa accadrebbe se il "commitment" di una Banca centrale fosse incorruttibilmente adamantino, e la situazione si deteriorasse rapidamente anche solo in virtù di una crescita positiva ma insufficiente collegata ad un aumento dei prezzi non spettacolare, ma poniamo del 3,5% o del 4% invece che del 2%?.

Forse che il crollo dei corsi del debito pubblico (specie in una situazione che vede durate e duration tendenzialmente in aumento), conseguente ad una stretta monetaria anche moderata, non potrebbe mettere indirettamente a rischio la stabilità dei prezzi, via la catalizzazione di inappropriate aspettative?

Ricordiamo che, nei casi peggiori, una insolvenza più o meno dichiarata, associata ad un "haircut" più o meno esteso, avrebbe effetto a diversi livelli. Dalla capacità di indebitarsi dello Stato in questione nel breve periodo, alla impossibilità di onorare, in tutto o in parte, i pagamenti correlati a pensioni in essere anche di ultraottuagenari (che difficilmente potrebbero riaffacciarsi sul mercato del lavoro). Dal crollo dei prezzi di intere classi di attivi, a perturbazioni monetarie influenzanti sia l'indice dei prezzi che la stabilità di banche ed altri intermediari finanziari. Fino, ovviamente, ad effetti domino anche al di fuori dei confini del paese interessato.

Ecco, una tale situazione non solo non garantirebbe la postulata stabilità dei prezzi, ma potrebbe inficiare i meccanismi stessi di trasmissione della politica monetaria. Lasciando la banca centrale senza armi, e comunque in una situazione di incertezza non solo strategica, ma anche operativa.

Forse è qui che si può intravedere un possibile punto debole di un ragionamento "à la" Wiedemann.

Solcando mari sconosciuti, occorre probabilmente mantenersi "aperti" e laici.

Ad esempio, ricollegandosi alla proposta di tenere sì un inflation targeting credibile, ma elevandone fin da ora i tassi di inflazione obiettivo (ne abbiamo parlato qui). Oppure parlare senza illusioni di facili scorciatoie, ma anche senza preconcetti, di scenari sul debito pubblico (vedere, ad esempio, questo post di Francesco Saraceno).

Il tutto tenendo presente che quella parolina dal suono tanto sgradevole, la "parola con la s", reinizia, dopo eoni, e non senza qualche giustificazione prospettica, a far timidamente capolino: stagflazione.

 

sabato 26 dicembre 2020

Appunti Vintage - Teoria e pratica del mercato

Siamo nel 2009. All'epoca  mi occupavo più di questoni inerenti il lavoro e la previdenza, ma evidentemente non rinunciavo a raccogliere pensieri di ordine più generale.

Annotavo dunque che, in teoria, tutti vogliono i mercati perfetti. Tra le altre cose, ricordiamo, un mercato perfetto postula l'assenza di asimmetrie informative: tutti gli attori dispongono, in ciascun istante, di tutta l'informazione disponibile.

In pratica, però.... "Gran Bretagna: la mappa del crimine preoccupa anche gli immobiliaristi"; così titolava "Affari & Finanza del 26.10.09.

In breve, riassumevo sul mio 'pizzino elettronico', gli immobiliaristi si lamentavano che, in un periodo già negativo per il settore immobiliare, i prezzi scendessero troppo nelle zone caratterizzate da maggiore criminalità, evidenziate dalla 'mappa' del titolo che era stata da poco resa nota.

Sia chiaro: la criminalità c'era anche prima, ovviamente; ma gli agenti immobiliari non ne informavano certo gli acquirenti.

Come dire: mercato sì, ma deve essere proprio perfetto?

E, per finire, Buon Natale (fatto) e, soprattutto, sereno 2021 a tutti gli amici che si tengono in contatto con me anche tramite questo blog!

giovedì 24 dicembre 2020

Citazione del giorno

"Quando l’intelligence e le questioni che la riguardano finiscono troppo spesso sui giornali non è un buon segno".

Da Adriano Soi, "Intelligence, autorità delegata e partiti", 20 Dicembre 2020. Da leggere, non foss'altro per gli opportuni richiami alle norme in vigore, al di là ed al di sopra del gran brusìo di fondo sul tema.

mercoledì 23 dicembre 2020

Appunti Vintage - Nascismo

Altro di giro di ruota della macchina del tempo, altro appunto sparso ritrovato. Siamo nel 2007... ero giovane, che volete!

Scrivevo che, dopo gli "ismi" del ventesimo secolo, si potevano forse iniziare ad ad intravedere anche quelli del ventunesimo.

"Nashism" era un termine utilizzato da Andrei Illarionov, economista ed ex consigliere economico di Putin, dimessosi a fine 2005 per "protesta" contro quella che all'epoca definì una sorta di deriva affaristico-autoritaria dello stato russo.

Letteralmente "Nashism" significa "essere dei nostri" (e qui c'era anche il richiamo ad un link purtroppo irrecuperabile ad un articolo de "Il Sole 24 Ore" del 9.2.07), ed individua una società basata su uno "Stato-corporazione, che teorizza la massima disuguaglianza dei cittadini davanti alla giustizia, davanti a tutte le istituzioni", e sulla "difesa e la protezione di chi sta con noi". Con l'avvertenza che il termine "corporazione" appariva richiamare più il concetto di "corporation" che non i concetti che noi italiani potremmo storicamente essere adusi associare ad esso.

Insomma, mutatis mutandis, è un po' lo schema base che sta alle fondamenta di una guerra per bande. Oppure, in maniera più soft, del "crony capitalism".

L'appunto si concludeva con l'auspicio che "nascismo" non diventasse una delle parole chiavi del nuovo millennio. La parola, a quanto pare, è stata rapidamente ingoiata dai gorghi della cronaca, più che da quelli della storia. Però, i concetti sottostanti sembrano ancora tutti lì...

In rete, oggi, si può trovare qualche riferimento ad un "nascismo" goliardico molto diverso, che discrimina le persone in base all'ora, al giorno, alla settimana, al mese e all'anno di nascita. E' nuovo, è più divertente del "razzismo" ed è globale, come commenta qualcuno...

martedì 22 dicembre 2020

Nell'era dell'incertezza

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha appena pubblicato lo "staff report" relativo alla consultazione  ("Article IV") sulle "policies" dell'Area Euro.

Non intendo tanto sciorinare i numeri, che si possono direttamente consultare quie che saranno comunque oggetto di copiosa stampa in poche ore; mi interessa piuttosto fissare e ricordare i pochi concetti che seguono, contenuti nel rapporto

1) Le prospettive sono soggette a estrema incertezza. I rischi rimangono al ribasso fino all'inizio 2021, ma le recenti promettenti notizie sullo sviluppo di vaccini forniscono una significativa possibilità di miglioramento più in avanti nel tempo.

2) Una crisi sanitaria prolungata e una ripresa più lenta di quanto ventilato potrebbero deprimere il livello degli investimenti e aumentare la vulnerabilità del settore pubblico e privato. In uno scenario così negativo, potrebbe verificarsi anche una significativa isteresi del mercato del lavoro, il che porterebbe ad un incremento di disuguaglianza e povertà.

3) Nel loro insieme, questi effetti “cicatrizzanti” (se ricordate, ne abbiamo già parlato qui, con un seguito qui) potrebbero pesare sul potenziale di crescita dell'area dell'euro. I negoziati in corso riguardanti le future relazioni del Regno Unito con l'UE e la potenziale escalation delle tensioni commerciali costituiscono fattori aggiuntivi di incertezza.

lunedì 21 dicembre 2020

Politica monetaria - back to basics

 

Ci sono almeno due aspetti di base da tener presente, se si vuole discutere di efficacia della politica monetaria. Due aspetti che costituiscono altrettante sfide per una autorità monetaria.

Il primo è la fiducia. Un qualcosa che è alla base del concetto stesso di moneta, specie se scritturale e inconvertibile come ai nostri tempi.

La fiducia si può declinare e definire in diversi modi; trattando di moneta, però, la fiducia è in primo luogo fiducia nella continuità del valore della moneta, e nella capacità della autorità monetaria di "tener fede" ai propri impegni in tal senso. Impegni che vengono ordinariamente definiti in termini di "inflation targeting", ovvero di definizione di un "corridoio" entro il quale tendenzialmente contenere il tasso di variazione dell'indice dei prezzi. Come sempre, cerco di farla semplice, ai limiti della banalità, ma ovviamente ci sono più modalità di definizione di un cammino, di definirne la scansione temporale, di scegliere l'indice dei prezzi oggetto del monitoraggio, etc.

In ogni caso, va da sé che la stabilità della moneta - e dunque il punto di riferimento esplicito dato dall'inflation targeting -  rimane una base imprescindibile per il buon funzionamento dei meccanismi che determinano la fissazione dei prezzi e dei salari (ci vedete una punta di ricorsività? Ebbene, c'è!)

Il secondo è ancora, in un certo senso, la fiducia. Stavolta non nella stabilità del potere di acquisto della moneta, ma nel senso di veder assicurata, almeno in potenza, la possibilità che la politica monetaria possa rispondere a congiunture recessive come quelle che stiamo vivendo, e sostenere l'economia (e dunque l'occupazione).

Questi due aspetti sono profondamente correlati tra loro.

Questi sono appunti sparsi, e segnalazioni. E ci sarebbe un lungo discorso da fare sul rapporto tra ancoraggio all'inflazione della politica monetaria attraverso la fissazione di un esplicito tasso obiettivo ("inflation targeting") e capacità di manovra delle autorità monetarie, specie in periodi eccezionali.

In proposito, vi (e mi) segnalo un interessante e relativamente compatto intervento di Per Jansson, vicegovernatore della Banca Centrale svedese (Some thoughts on the need for changes to inflation targeting).

In sintesi, la segnalazione è dovuta alla circostanza che l'intervento coincide quasi esattamente con il mio pensiero. E cioè, volenti o nolenti (e personalmente, in quanto lavoratore a reddito fisso, dovrei forse essere nolente!), le evidenze secondo le quali un incremento dei tassi di inflazione obiettivo da parte delle banche centrali sarebbe benefico sembrano consigliare di intraprendere tale cammino.

Potrebbe sembrare strano, ma ricordo innanzitutto che la stabilità di cui si parlava in apertura dovrebbe essere una stabilità complessiva, che eviti sia fiammate inflazionistiche che fiammate deflazionistiche, e che possibilmente eviti altresì il formarsi di bolle sui mercati finanziari.

Tenendo presente questo, innanzitutto è ragionevole non gettare il bambino con l'acqua sporca. Fuor di metafora, non eliminare il focus delle banche centrali sull'inflazione, giacché una tale rimozione probabilmente causerebbe una perdita di efficacia nel "tradizionale" strumento dei tassi di interesse, ma adattarlo.

Ma seguiamo per un attimo più da vicino il ragionamento del nostro amico scandinavo.

Il fatto che i tassi di interesse reali siano diminuiti in tutto il mondo e siano ora a livelli storicamente bassi, implica che il livello al quale i tassi ufficiali di una banca centrale sono "neutrali", cioè  né espansivi né restrittivi - è a sua volta storicamente basso.

Questo indubbiamente tende a ridurre gli spazi di manovra delle autorità monetarie. Poiché il tasso di interesse neutrale è attualmente a livelli storicamente bassi, i tassi di interesse di riferimento delle banche centrali devono essere estremamente bassi per avere un effetto espansivo. Con tutti i problemi che conseguono quando i tassi nominali arrivano a 0 o a livelli negativi. Si discute su quale sia il limite inferiore estremo cui sia possibile arrivare, ma è indubbio che tale limite esista, e probabilmente non è distante più di un paio di punti dallo 0.

Supponiamo invece di adattarci alla situazioni.

Richiamiamo al volo l'equazione di Fisher: i = r + π, dove i è il tasso di interesse nominale, r il tasso di interesse reale e π l'inflazione attesa.

Si vede, "giocando" con questi tre elementi, che un livello di inflazione attesa molto basso, unito a tassi reali molto bassi o negativi, bloccano il tasso di interesse nominale su livelli bassissimi, togliendo gradi di libertà alle banche centrali.

Ipotizziamo dunque (per approfondire, vedere anche qui), di innalzare gli obiettivi di inflazione perseguiti da parte delle banche centrali. In tal caso, perseguendo una inflazione media più elevata, anche i tassi nominali, ivi compresi i tassi di intervento delle banche centrali, sarebbero in media più elevati, consentendo maggiori spazi di intervento (naturalmente, qui si prescinde dal dato "politico", oltre che tecnico, sulla prevalenza, nel mandato di una banca centrale, tra obiettivi di crescita ed obiettivi di inflazione; si noti, peraltro, che un minore spazio di manovra non si traduce necessariamente in un sentiero più stabile dei prezzi)

Certo, la critica a questa impostazione è che un obiettivo di inflazione più elevato (poniamo, per la BCE, il 3% in luogo del 2%) sarebbe irrealistico e non credibile.

Bisogna ricordare, che anche quando venne stabilito l'attuale obiettivo, questo venne considerato da molti commentatori  irrealistico, e ci sono voluti anni per modificare e stabilizzare le aspettative e istillare fiducia negli operatori economici. E comunque venne stabilito anche dopo discussioni aventi ad oggetto non solo un "obiettivo 0%", ma addirittura un obiettivo "0 plus" (cioè perseguire un lieve e costante decremento dell'indice dei prezzi per tener conto di asserite discrepanze statistiche che avrebbero sistematicamente portato a sottostimare l'inflazione).

Certo, siamo nel bel mezzo di una pandemia, che non ha fatto fin qui altro che alimentare ulteriormente i preesistenti fattori strutturali che già spingevano verso il basso la dinamica dei prezzi.

Ma il quadro economico e congiunturale non è immutabile. Una chiave interpretativa per cercare di vedere nel futuro è che la bassa inflazione sia stata in buona parte il portato di due fattori: la globalizzazione e gli andamenti demografici.

La globalizzazione, anche nell'immaginario globale, si estrinseca con l'irrompere della Cina sulla scena economica globale, che ha portato ad un aumento nei numeri della popolazione attiva globale.

Ora, generalmente un lavoratore attivo produce più di quanto consuma, mentre è vero il contrario per chi non è ancora entrato a far parte del mondo produttivo (i giovani) e per chi, invece, dal mondo produttivo è uscito (gli anziani).

Volendo semplificare, la distribuzione demografica mondiale ha spinto verso un aumento dell'offerta globale e verso un contenimento relativo della domanda globale di beni e servizi.

A questo si è aggiunto un ritracciamento della quota dei salari specie nelle economie occidentali, associato ad un indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori dipendenti.

Tirando le somme, uno shock positivo a lungo termine sull'offerta, associato a spinte verso il contenimento della dinamica dei prezzi.

Ma ora? Ebbene, l'età media della popolazione è in crescita non solo in Occidente, ma anche in Cina, e la quota percentuale di popolazione attiva è tendenzialmente cedente. Quand'anche non si volesse arrivare a postulare una inversione dei trend, è ragionevole assumere che non è certo che il quadro strutturale prosegua come appena delineato.

Inoltre, non appare saggio credere che le iniezioni di moneta ad alto potenziale nell'economia e lo stabilizzarsi di politiche monetarie espansive sia con strumenti "classici", sia tramite "quantitative easing" non avranno mai alcun effetto sui prezzi.

Le aspettative ovviamente giocano un ruolo cruciale, così come il mutare delle funzioni di reazione delle banche centrali dopo il ventilato incremento dei target di inflazione.

Va ricordato che ciò che conta per l'economia è il tasso di interesse reale. E il fatto che questo vari in virtù di aspettative di inflazione più elevate invece che di livelli di tassi nominali più bassi non ha importanza, o almeno non la ha in questo ragionamento.

Nella migliore delle ipotesi, la stessa revisione al rialzo degli obiettivi di inflazione potrebbe costituire un segnale sufficientemente forte da innescare un mutamento nelle aspettative di inflazione (e quindi nei processi di fissazione prospettica di prezzi e salari).

E qui il nostro amico parte con un parallelo con l'abbandono del gold standard in alcune economie... ma direi che possa bastare così.

In conclusione, la FED ha già rivisto i propri modelli di politica monetaria (sebbene con grosse ambiguità e con molti punti da chiarire). La BCE è ancora nel bel mezzo di questa attività di revisione. Si vedrà se, e in qual misura, i risultati terranno in qualche modo conto di questi ragionamenti.

domenica 20 dicembre 2020

La Laurea è ancora importante - riflessioni domenicali

 

Ci si dovrebbe chiedere se, nell'anno di grazia 2020, sia ancora necessario specificare, almeno in Italia, che: a) la Laurea è ancora importante) e b) è pericoloso credere che lo studio non serva a migliorare.

Evidentemente (e malauguratamente) lo è, atteso che si tratta dei due principali messaggi di un articolo apparso sul "Corriere della sera" dell'11 Dicembre scorso (Roger Abravanel, "Nell'economia della conoscenza la laurea è ancora importante").

Ora, bisogna ovviamente (ed è sano farlo) apprezzare e rispettare tutti i percorsi di vita, e tutte le modalità con le quali una persona ha accumulato il proprio patrimonio di (reali) esperienze. E bisogna altrettanto ovviamente far sì che l'ascensore sociale funzioni, perché è interesse non solo di chi sale le proverbiali scale, ma della comunità nel suo complesso.

Però non bisogna nemmeno esagerare e rifugiarsi in illusorie convinzioni, come quella che tende a svilire lo studio come mezzo per acquisire competenze e per avere una consapevolezza maggiore del mondo in cui si vive, importante se si vuole provare a sviluppare un pensiero vagamente autonomo.

Ne va anche della qualità della democrazia, in un mondo così complesso, nell'anno di grazia 2020.


sabato 19 dicembre 2020

Cybersecurity e PA

 

No, non si fa di più con meno. O, per lo meno, non è certo un "mantra" generalizzabile, anzi!

Il momento storico dovrebbe accelerare il rafforzamento delle strutture e degli organici preposti alla cybersecurity. Purtroppo, i risultati dell'ultimo monitoraggio Agid sull'utilizzo dell'HTTPS e sui livelli di aggiornamento delle versioni dei CMS nella PA non sono esaltanti.

Sui circa 20.000 portali sottoposti a controllo, è risultato che il 2% dei domini non utilizza l'https, ma soprattutto che il 67% dei domini ha "gravi problemi di sicurezza". Solo il 9% del campione si è dimostrato "sufficientemente sicuro".

Inutile nascondersi che, soprattutto in tempi di pandemia, sono dati non molto confortanti. Al di là della considerazione che potrebbero essere messi a rischio dati dei cittadini e della Amministrazione stessa, c'è un vero e proprio problema di sicurezza nazionale. E non sto esagerando.

Heri dicebamus: questi sono rischi che si non si possono correre. Sono proprio un esempio tipico di attività dove l'efficacia fa premio sull'efficienza, per le quali tagli ripetuti e continuati hanno effetti dirompenti.

E qui non si tratta solo di utilizzare versioni più aggiornate o più "mainstreaming" di CMS o di fare aggiustamenti tecnici. L’Italia deve investire di più in cybersecurity della pubblica amministrazione, se si vuole fare davvero un salto di qualità In soldoni, occorre incrementare gli stanziamenti non solo per l'hardware ed il software, ma anche per il personale.

Del resto, nulla di nuovo rispetto alle riflessioni più generali che facevamo qui.

venerdì 18 dicembre 2020

Pandemia, lavoro, futuro /2

Per riprendere un tema che avevo già trattato, estraggo qualche considerazione fatta da Dani Rodrik, docente di Politica Economica Internazionale presso la John F. Kennedy School of Government ad Harvard.

In realtà l'intervento, che si può trovare qui, è rivolto agli Stati Uniti ed in particolare al presidente eletto Biden. Ma è utile richiamare alcune considerazioni di ordine generale. L'articolo non è disponibile in italiano, ma propongo una traduzione "al volo" delle parti interessanti " per kelle fini que ki contene".

I "lavori buoni" richiedono specifiche abilità, e possono essere creati solo da imprese produttive. Creare lavori buoni in grandi quantità richiede pertanto trattare sia il lato della domanda che il lato dell'offerta del problema.

Per quanto riguarda il lato dell'offerta, i lavoratori devono essere in possesso di quelle abilità "hard" e "soft" richieste dalle imprese produttive, mentre, per quanto riguarda il lato della domanda, ci deve essere una massa critica di piccole e medie imprese che siano produttive e dunque in grado di espandere l'occupazione. 

Gli ultimi decenni - continua Rodrik sono la prova che i mercati, lasciati da soli, non risolveranno il problema. E' necessario che i governi, a tutti i livelli, siano attivamente coinvolti.

 

giovedì 17 dicembre 2020

Efficacia, efficienza, interessi strategici

Questo pensiero prende le mosse da un recente intervento di Richard Haass, Presidente del Council on Foreign Relations, sul tema delle Supply Chain (Supply Chains and Demand).

L'intervento è breve e lineare, e molto interessante. Ma qui, più che richiamarne i contenuti, volevo soffermarmi su un punto in particolare.

Haass nota (sottolineature mie), tra le altre cose, che le "supply chains were largely constructed and maintained with little thought given to their resilience. Keeping costs down was paramount. This meant often depending on a single low-cost supplier or producer and limiting inventory size. “Just in time” was the concept that reflected the desire to minimize the gap between when an item was produced or purchased, and when it was sold."

Insomma, volendo semplificare e sintetizzare, il focus era "ridurre i costi a tutti i costi".

Ecco. Efficienza. Ma l'efficacia?

A cosa serve l'efficienza senza efficacia? Non dovrebbe venire prima l'efficacia, attuale e potenziale, nelle considerazioni di tutti? Le conseguenze del modo di approcciare la produzione appena evidenziato le abbiamo ben viste!

Qui bisogna riflettere su un po' di questioni di fondo. Innanzitutto, la differenza tra strategia e gestione. Entrambe visioni necessarie, in un mondo dinamico.

Ed in un mondo dinamico, tocca rassegnarsi, gli equilibri non sono statici, ma si evolvono a loro volta. Non possiamo mai pensare di aver trovato un assetto ottimale o una "formula magica", senza aggiungere che li abbiamo trovati "in quel momento, per quel momento". E un equilibrio dinamico si basa, in un certo senso, sulla sintesi - dinamica anch'essa - fra le esigenze della strategia e quella della gestione, talvolta in contraddizione o addirittura in conflitto tra di loro.

In ciascun momento, per ciascuna società o economia esiste un certo numero di attività il cui espletamento è essenziale. Può esserlo per vari motivi, e talvolta l'essenzialità può discendere da questioni (geo)politiche. Ma l'importante è avere le idee chiare, ed aggiornare la propria visione.

Stabilire le attività strategiche, e comportarsi di conseguenza. Ricordando, fra l'altro, che nel mondo "reale" esiste, eccome, un trade-off tra efficienza ed efficacia.

Per chiarire, per un attimo prendiamo anche a prestito una definizione di "project management" molto chiara, sebbene proveniente da tutt'altro contesto (Scowcroft center for strategy and security, "Seeking Resilience inSoftware-Intensive Mission Systems", consultabile qui): "a balancing act among cost, time, scope, and quality for defense organizations. The DoD [Department of Defense] should work to improve mission system programs’ understanding of the trade-offs between near-term functionality and long-run complexity as well as their impact on a system’s resilience".

A volte, e lo sanno bene i tecnici, una delle modalità per raggiungere un grado di resilienza accettabile è la ridondanza. E la ridondanza costa, eccome.

Ma, alla fine, cosa vuol dire che una attività è ritenuta strategica? Ebbene, può voler significare tante cose; ma una è sicuramente questa: per quella attività, l'efficacia fa premio sull'efficienza.

E no, tra l'altro non esistono nuove attività a costo zero, se non residualmente. Anzi, l'affollarsi di "clausole di stile" della specie nella legislazione sembra abbia portato diversi guasti negli ultimi anni. Ma questa è un'altra storia.

Rinvio alla lettura dell'intervento di Haass, più "pratico" e meno "filosofico" (si propone, ad esempio, di tornare selettivamente allo "stockpiling", sebbene ciò rappresenti un incremento dei costi), e gli "rubo", reinterpretandola in chiave generalizzante, la conclusione.

La crisi innescata dalla pandemia ha rivelato che l'(incremento della) interconnessione porta non solo benefici, ma anche rischi a tutti noi (per riassumere cosa ne penso io, si può vedere ad esempio qui). Per gestire questi rischi, occorre trovare un equilibrio dinamico tra le esigenze della strategia (efficacia) e quelle della gestione (efficienza). La sfida è quella di trovare (e mantenere) un equilibrio distinguendo le attività strategiche dalle altre, mantenendo selettività, con ciò impedendo che i costi aggiuntivi generati dalla ricerca di dosi aggiuntive di resilienza si generalizzino andando alla fine a minare le potenzialità di crescita.

mercoledì 16 dicembre 2020

Riflessioni in pausa pranzo

Il Governatore della Banca d'Italia, Visco, ha tenuto un intervento su "Economia, innovazione, conoscenza" proprio oggi, 16 dicembre. Ne estrapolo un paio di punti, che mi paiono essere correlati.

"Le proiezioni per i prossimi anni, seppur circondate da un’incertezza senza precedenti, suggeriscono che nel nostro paese il PIL non recupererà il livello registrato alla vigilia dello scoppio della pandemia prima della seconda metà del 2023. Ancor più tempo sarà necessario per riuscire a tornare ai valori del 2007, precedenti la doppia recessione causata dalla crisi finanziaria globale e da quella dei debiti sovrani dell’area dell’euro. Si tratterà, quindi, di un sostanziale ristagno dell’attività economica nel complesso di circa un ventennio, dopo un lungo periodo, peraltro, di crescita in media già debole."

E, più in là, " La capacità di adattamento della pubblica amministrazione alle nuove esigenze del mondo produttivo è stata invece, in questi anni, particolarmente limitata. Ai ritardi nell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, si è affiancato l’insufficiente utilizzo delle potenzialità delle nuove tecnologie nei processi amministrativi con oneri cospicui a carico delle imprese e dell’intera società. Secondo le indagini della Banca Mondiale, in Italia l’efficacia dell’azione della pubblica amministrazione si colloca su valori ben al di sotto di quella stimata per paesi quali Francia e Germania, e poco al di sopra della media per il complesso dei paesi considerati, che include numerose economie emergenti e in via di sviluppo".

Premessa: le indagini della Banca Mondiale, assieme a tutta una classe di indagini attuate secondo certe modalità, non vanno assolutamente prese per oro colato, ma anzi (vedere,ad esempio, qui).

Detto questo, i due punti richiamati dal Governatore sembrano, come dicevo, essere logicamente interrelati. E mi limito a metterli uno affianco all'altro.

Non senza alcune piccole annotazioni a margine.

E' possibile che una organizzazione possa incrementare la propria efficacia nel momento in cui, per venti anni e più,  se ne arrestano quasi totalmente i meccanismi di reclutamento?

Quale organizzazione può migliorare la propria performance se tale blocco è talmente esteso nel tempo e pesante nelle cifre da eliminare di fatto intere generazioni dalla compagine?

E' possibile immaginare sviluppi positivi quando il fisiologico ricambio generazionale è inesistente, e l'età media cresce quasi di un anno ogni anno? Non solo diviene difficile assicurare l'attività in un quadro di risorse a disposizione declinanti, ma si ha proprio la sensazione che, oltre i giocatori in campo, non è che vi sia una panchina corta, ma proprio non vi sia la panchina!

E tralasciamo il peso di normative che hanno posto e pongono nuovi oneri amministrativi "a costo zero", dove il costo zero è divenuta quasi una clausola di stile. Sull'utilità di tali oneri, poi, occorrerebbe aprire quanto meno una discussione seria.

Oggi si parla del ruolo centrale della formazione. Ma, si ricorderà, dal 2010, oltre ad un blocco decennale dei contratti (che pure non ha certamente aiutato), si è dato il via ad un taglio feroce prima e ad una stagnazione poi delle risorse destinate alla formazione. E proprio in un momento nel quale ci si stava credendo molto.

Ecco... riflessioni banali forse, ma non per questo meno fondamentali.

Come per la politica monetaria, possono esistere effetti intertemporali anche in relazione alla gestione della cosa pubblica, e sopratutto del capitale umano. Cioè, donne e uomini che cercano di far funzionare le cose tra mille ostacoli. Poi, ne sono ben consapevole, la realtà è (come di consueto) molto più complessa di così...

Non dimentichiamoci poi dell'effetto Hawthorne. A parità di condizioni ambientali (in questo caso da intendere in senso lato), la produttività è anche funzione degli 'atteggiamenti nei confronti dei lavoratori. E la produttività tende ad aumentare se questi si rendono conto di essere oggetto di attenzione. Non ovviamente una attenzione "perniciosa", tesa alla denigrazione, al taglio delle retribuzioni, all'azzeramento delle diarie di missione, fino ad arrivare a forme di "trasparenza puntiva".

Forse, a volte, ci si dimentica degli aspetti sociologici e psicologici del lavoro. Aspetti che valgono anche - e forse ancor più - nel lavoro pubblico. E a volte, nella operatività di tutti i giorni, può non essere facile focalizzarli. Infatti, lascio questa traccia, più che a beneficio dei miei manzoniani lettori (sicuramente meno di 25!), a beneficio di me stesso, di modo che ogni tanto queste riflessioni mi ricapitino sotto gli occhi.

 

martedì 15 dicembre 2020

La Green Economy avanza a Bruxelles...

... ma non proprio come ci si sarebbe aspettato, almeno per il momento. Simpatico gossip apparso su "Politico": Il Parlamento europeo offre agli eurodeputati, sebbene solo su richiesta, "due piante di dimensioni adeguate ... per il proprio ufficio o per gli uffici dei propri assistenti a Bruxelles".

Il tutto, ovviamente, debitamente motivato: "come dimostrano gli studi, le piante hanno un impatto positivo sull'ambiente di lavoro, rendendolo più attraente, migliorando la qualità dell'aria e aumentando il benessere generale. In seguito alla ristrutturazione degli uffici dei deputati, si è quindi proposto di adottare un approccio generalizzato strutturato (!) per la distribuzione delle piante negli uffici..."; altro che PNRR!

Sa, per la verità, un po' di Fantozzi. Forse le piante saranno degli immarcescibili ficus, il cui numero individuava univocamente la posizione gerarchica di chi li possedeva in ufficio?

Non è dato saperlo. Ma chi volesse consultare la comunicazione interna originale, può farlo qui. Nomen omen: il questore firmatario della comunicazione si chiama David Casa.

Ovviamente questo non è un commento serio, ma ogni tanto un sorriso ci vuole!

 

lunedì 14 dicembre 2020

Back to the future

La breve riflessione di oggi prende stimolo da un recente post informale apparso sul blog del Fondo monetario internazionale, dal titolo "What to do When Low-for-Long Interest Rates are Lower and for Longer", in parte basato su un più articolato paper ("Low for Long" and Risk-Taking).
Cercando sempre di semplificare e sintetizzare all'osso, soprattutto nella congiuntura attuale è molto opportuno che le autorità monetarie tengano ben presente, prendendo le proprie decisioni, le conseguenze in termini di stabilità macrofinanziaria (e di necessari interventi di regulation), al di là di quello che si propongono di ottenere in termini di produzione, disoccupazione e inflazione.
Il punto è che in questo mondo non esistono solo i trade-off "secchi. Ci sono anche quelli intertemporali che, se vogliamo, riescono ad essere maggiormente "subdoli". Nel caso di specie, politiche monetarie ultraespansive oggi avranno conseguenze (anche) domani; anzi, è presumibile che la composizione delle conseguenze, per così dire, tra positive e negative abbia una tendenza a peggiorare nel tempo.
Prendendo a prestito le parole degli scritti che ho ricordato, "... easy monetary policy stimulates aggregate demand not only through standard channels, but also through a risk-taking mechanism. Looser monetary policy today relaxes financial conditions and reduces near-term risks to both output and financial stability, but also cause financial fragilities to grow over time, increasing output risk in the medium term." (come di consueto, sottolineature ed evidenziazioni sono mie).
Insomma, quando il gioco si fa duro, e dura molto, le modalità con le quali la politica monetaria influenza l'economia vanno al di là dei "classici" canali di trasmissione (che si ammetta o meno una sia pur mediata influenza della moneta sui beni reali à la Tobin). In questo caso, gli effetti sulla propensione al rischio si possono spingere fino a causare una crescita progressiva della fragilità finanziaria nel tempo, col rischio di far la fine della famosa rana messa a bollire sul fuoco in una pentola di acqua (all'inizio) fredda.
In conclusione, è assolutamente vero che quando occorre andare in guerra, ci si attiva per avere tutto quanto sia necessario per combatterla, e poi ci si preoccupa di come fare a ripagare i debiti accumulati (che, andassero male le cose, verrebbero magari di fatto o di diritto ripudiati: si vedano, tra gli altri, i default di Impero Ottomano e Germania, ad esempio). Ma bisogna tener presente che, qualunque soluzione venga poi implementata, questa avrà il suo inevitabile corredo di costi e benefici, di punti di forza e punti di criticità. E probabilmente, in ogni caso, sarebbe bene iniziare a farsi una idea del quadro anche istituzionale che sarà necessario sviluppare. A volte, il fattore tempo può pesare davvero tanto. Con la piccola osservazione, a margine, che la sostenibilità del debito verrà valutata anche alla luce di come le risorse ottenute a prestito, che quel debito hanno generato, saranno state spese.

domenica 13 dicembre 2020

Appunti Vintage

Ogni tanto, nel ripulire gli archivi, mi si parano innanzi piccoli messaggi virtuali, incapsulati in bottiglie altrettanto virtuali. Annotazioni, appunti, brevi considerazioni, che avevo affidato anche dieci o più anni fa alla memoria elettronica del mio pc di turno, e che ora rileggo con nostalgia.

E che qualche volta riproporrò. Chissà quanti pensieri sono nascosti negli slack space che mi sono lasciato alle spalle; un mondo sospeso tra esistenza e non esistenza.

Ma veniamo a noi. Dovremmo essere più o meno nel 2007, e scrivevo che, con una serie di pagine dal sapore "pubblicitario" apparse sulla stampa economica, il Governo della Repubblica di San Marino aveva inteso sottolineare un asserito "nuovo corso" nella trasparenza e nelle strutture di governance finanziaria all'ombra del Titano.

Mi ero poi appuntato qualche osservazione sparsa sulle novità, oggi difficili da ricostruire. Ma il punto divertente della questione era notare una delle dichiarazioni attribuite al Segretario di Stato pro tempore per le finanze ed il bilancio.

La dichiarazione più o meno suonava così: "Avere un sistema fiscale differente non significa non pagare le tasse. San Marino ha un regime fiscale adeguato per dimensioni ed esigenze e peraltro ha in alcune fattispecie anche imposte superiori ad alcuni paesi UE".

Annotavo che era (e lo sarebbe anche oggi...) alquanto inusuale ascoltare un Ministro delle Finanze che tenta di convincere gli astanti che le imposte del proprio Paese sono elevate, e comunque ben più elevate di quanto non si pensi comunemente!

sabato 12 dicembre 2020

Cyber risk e stabilità finanziaria

 

Appena il 7 Dicembre scorso, il Fondo Monetario Internazionale, sebbene in via ufficiosa. è tornato sul tema della cybersecurity, con un breve ma interessante post dal titolo "Cyber Risk is the New Threat to Financial Stability.

Tra i vari punti trattati, mi sembra che un passo da sottolineare possa essere questo: "Hacking tools are now cheaper, simpler and more powerful, allowing lower-skilled hackers to do more damage at a fraction of the previous cost. The expansion of mobile-based services (the only technological platform available for many people), increases the opportunities for hackers. Attackers target large and small institutions, rich and poor countries, and operate without borders. Fighting cybercrime and reducing risk must therefore be a shared undertaking across and inside countries".

Un quadro non estremamente confortante, acuito dall'affermarsi di modelli quali il CaaS (Crime as a Service), che per il crimine presentano vantaggi in un certo senso analoghi a forme similari di sfruttamento della rete a fini legali (e no, questo CaaS proprio non è il più noto Containers-as-a-Service!).

Costi più bassi, barriere all'entrata ridotte, necessità di "formazione" molto contenuta per chi vuole usare certi strumenti, etc...

Insomma, una "democratizzazione" ed una tendenziale massificazione del crimine.

E del resto, se una volta bisognava studiare un po' di cose per capire il funzionamento di certi apparati, ecco oggi disponibili gratuitamente avanzatissimi sistemi di pentesting che potenzialmente tutti potrebbero utilizzare, solo che vi si applichino un po'. Anzi, forse nemmeno quello, visto che circolano in rete (quella "ordinaria") script anche gratuiti che semplificano ulteriormente le cose (ad esempio, ne gira uno dal nome assolutamente "iconico": "the lazy script"; quanto poi all'affidabilità di tali script, questo è un altro paio di maniche).

Ma, è quasi banale, i rischi non sono tutti lì. La tecnologia è una delle componenti del rischio, ma non certo l'unica.

Un altro, fondamentale, è sicuramente la componente umana. In Italia è deflagrato il caso Leonardo, che è una questione di sicurezza nazionale senza se e senza ma. E alcuni dettagli filtrati purtroppo lasciano l'amaro in bocca.

Faccio riferimento, ad esempio, all'articolo di Gianluca Di Feo, "Cyber security, le scelte da fare", pubblicato su "Repubblica" del 7 Dicembre. Quando nel caso risulta implicato proprio personale cui era stata affidata la vigilanza, le cose si fan complesse. Tanto che la persona avrebbe addirittura partecipato ai primi accertamenti della polizia. E questo nonostante, secondo l'articolo, avesse precedenti specifici.

Ancora, inutile affannarsi a metter su difese informatiche, se poi si lasciano, come sembra sia avvenuto nel caso, copie forensi di archivi critici custodite sì in armadi chiusi a chiave, ma la cui chiave si trova in un cassetto aperto all'interno di un open space.

Ecco, la sicurezza deve essere prima di tutto una cultura. E se alcune recenti iniziative degli organi preposti possono senz'altro essere utili, occorrono una coscienza ed una collaborazione "di sistema" affinché tutto si tenga.

martedì 8 dicembre 2020

Verso un pianeta verde... ma occorre accelerare

 

A volte non occorre che le grandi istituzioni internazionali si inventino chissà cosa o tirino fuori dal cilindro chissà quale nuovo modello magico. A volte scrivono cose banali (per motivazioni anche facilmente comprensibili): ma non è sempre un male! Anzi, è un peccato che gli ostacoli linguistici spesso non consentano una diffusione più agevole dei contenuti, o per lo meno una diffusione "non mediata".

Ritrovare nero su bianco qualche punto fermo tanto semplice quanto reale, è sempre un buon inizio per focalizzare il pensiero. Insomma, se mi si passa l'analogia, "Soul food to go" (Sì, lo so, il link non c'entra gran che, ma... la ricordate? Versione "corale" dal video simpatico, e molto bella anche dal vivo, di "Sina", dal testo un po' "esoterico" come altri lavori di Djavan).

Così, dicevamo, ogni tanto concentrarsi sulle cose semplici ci vuole. Abbiamo già accennato alla ambizione delle sfide ambientali che ci attendono ed alla complessità degli aspetti legati alla questione. Oggi, rimanendo in tema, richiamiamo velocemente un contributo di matrice IMF.

Il punto centrale del messaggio è che c'è una forte relazione tra il livello di sviluppo ed il consumo di carbone, con i paesi a medio reddito a capitanare storicamente la classifica dei consumi stessi. Dopo alterne vicende, a fine ventesimo secolo il consumo di carbone ha iniziato a declinare sensibilmente nelle economie avanzate, ma... il declino è più che compensato dai notevoli incrementi della domanda nei mercati emergenti.

In ogni caso, l'uscita dal carbone è un fenomeno dai tempi lunghi, anche decenni. Nel Regno Unito ci sono voluti, ricordano gli autori del contributo (Christian Bogmans e Claire Mengyi Li) ben 46 anni per ridurre il consumo di carbone del 90% rispetto ai picchi fatti registrare negli anni 70.

Comunque, la transizione - lenta o veloce che sia - non è indolore. Chi dipende dall'industria del carbone per il proprio sostentamento necessiterà - e richiederà - risposte politiche decise, soluzioni realistiche ed implementabili in un tempo ragionevole. Saranno necessarie politiche di supporto per facilitare i cambiamenti nei mercati del lavoro, e per incoraggiare lo sviluppo di industrie alternative per evitare la desertificazione economica e sociale di intere comunità. Nel caso dei mercati emergenti e dei paesi a basso reddito, la comunità internazionale può da un lato fornire assistenza finanziaria e tecnica (come ad esempio il know-how necessario per costruire reti che funzionino con fonti di energia rinnovabile) e dall'altro porre un freno al finanziamento di nuovi impianti di generazione a carbone, almeno dove esistano alternative percorribili. Lo sviluppo di tecnologie di supporto, come quelle per la cattura e lo stoccaggio del carbonio può anche essere di aiuto, ma la relativa effettività dipende anche da fattori di costo.

Ecco, in estrema sintesi, questo è quanto. Vediamo dunque che, fatte le dovute differenze e proporzioni, le basi del Just Transition Fund europeo non sembrano essere così campate per aria...

lunedì 7 dicembre 2020

Pandemia, lavoro, futuro

 Viviamo tempi inesplorati, costretti a solcare rotte pericolose. E sappiamo che, in tale situazione, ogni previsione, ogni affermazione riguardo il futuro deve essere continuamente e dettagliatamente rivista, cercando di adattarsi ai percorsi di un presente mutevole.

Forse, però, ci sono forse un paio di trend che possono essere enucleati e sottolineati in questo quadro generale estremamente mutevole.

Come un recente paper del National Bureau of Economic Research ha riassunto (Julian Kozlowski, Laura Veldkamp, Venky Venkateswaran, "Scarring body and mind: The long-term belief-scarring effects of covid-19"), il Covid-19 "is scarring bodies and minds". Ed è importante tener presente che gli effetti di queste "ferite" potrebbero continuare ad influenzare le nostre società anche nel medio - lungo termine.

Ciò equivale a dire che ulteriori costi economici e sociali associabili alla pandemia potrebbero essere generati da cambiamenti nelle funzioni comportamentali, anche tempo dopo la risoluzione della crisi sanitaria, a ragione di possibili cambiamenti persistenti nella probabilità percepita del verificarsi di shock negativi di grande entità nel futuro. E' dunque possibile che la pandemia lasci il proprio marchio sull'economia per molto tempo a venire (una economia del 98%, qualcuno ha detto).

In secondo luogo, le ferite inferte dalla pandemia saranno probabilmente ferite disuguali ("unequal scars"). Questa definizione è stata tra l'altro utilizzata pochissimo tempo fa da Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (Isabel Schnabel, "Unequal scars – distributional consequences of the pandemic", Speech at the panel discussion "Sharing the burden of the pandemic”, Frankfurt am Main, 18 September 2020).

La pandemia minaccia la salute delle popolazioni, pone enormi sfide per i sistemi sanitari e genera costi economici significativi. Si tratta sì di uno shock globale, ma che rischia di esacerbare non solo le preesistenti differenze tra Paesi, ma anche le preesistenti differenze all'interno dei singoli Paesi. Ed è verosimile che le persone a basso reddito e quelle con livelli di educazione più bassi risultino più a rischio, così come le donne e i giovani.

Per quanto riguardo le conseguenze dello scenario sul mondo del lavoro, il World Economic Forum ha recentemente stimato che, pandemia a parte, l'incremento nell'utilizzo dell'automazione potrebbe cancellare 85 milioni di posti di lavoro da qui al 2025. Nello stesso tempo, il Forum stima che nel corso del processo potrebbero essere creati 97 milioni di nuovi posti di lavoro, con una creazione netta pari quindi a 12 milioni di posizioni.

Ma si noti che non c'è alcun automatismo nel processo che assicuri la neutralità di tale fase di distruzione creativa. In generale, aumenterà il bisogno di azioni di “reskilling” e “upskilling” dei lavoratori, per assicurare che gli stessi risultino sufficientemente equipaggiati per seguire gli sviluppi del mondo del lavoro. E non ci sono nemmeno garanzie che il processo risulti neutrale dal punto di vista territoriale.

E' prossibile che le dinamiche della pandemia possano interagire con questi megatrend nel futuro, da un lato rallentando il passo delle attività economiche, e dal'altro influendo sul tasso di distruzione e di creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre, la crisi ha ovviamente messo a rischio immediato innumerevoli posti di lavoro, con settori quali ad esempio viaggi e turismo, le arti, la ristorazione, ancora più severamente colpiti rispetto alla media.

Quindi l'automazione ed i preesistenti trend, combinati con gli effetti della recessione indotta dalla pandemia Covid-19, potrebbero creare un ""double-disruption scenario" per il mondo del lavoro. Uno scenario che, prendendo anche in considerazione le differenze nella capacità di partenza che i differenti territori offrono per supportare attività di smart working, e considerate le spinte verso una riorganizzazione globale delle catene del valore, potrebbe innescare nuovi e più ampi "gap" tra i territori stessi.

Conclusione: da tutto ciò si può ricavare che politiche basate sul territorio e politiche di coesione sono e saranno sempre più fondamentali, probabilmente più di quanto non lo siano mai state.

venerdì 4 dicembre 2020

Citazione del giorno - complessità

 

"L’intelligence esercita la logica, la razionalità, il pensiero aiutandoci ad unire i punti, a cogliere i segnali deboli, a individuare i fenomeni allo stato nascente. Forse solo così possiamo avvicinarci alla sempre complessa comprensione della realtà." (Mario Caligiuri, su "reportdifesa.it") (https://www.reportdifesa.it/luccisione-dello-scienziato-iraniano-e-solo-in-parte-unoperazione-di-intelligence-intervista-con-mario-caligiuri)

E per quanto riguarda, più in generale, la difficoltà di percepire la "storicità" dei fatti quando ci si vive immersi, consiglio questo paper (Predicting history, di Risi et al.; lo potete trovare su (https://www.gwern.net/docs/history/2019-risi.pdf), che cerca di rispondere ad una semplice quanto difficile domanda: Si possono definire accuratamente come "storici" gli eventi nel momento stesso in cui stanno accadendo? La risposta (spoiler) sembra sostanzialmente, e deprimentemente, negativa. Ma non è un buon motivo per demordere!


giovedì 3 dicembre 2020

Regno Unito e nomine: tutto il mondo è paese?

 

Il "Commissioner for Public Appointments", del Regno Unito ha appena pubblicato il suo rapporto annuale 2019-2020. Va tenuto presente che, come specificato nell'introduzione, si tratta dell'ultimo rapporto che compilerà prima della scadenza del suo incarico (Aprile 2021), e forse questa circostanza ha una sua importanza in quello che segue.

Il rapporto è consultabile qui; si leggano in particolare le pagg. 7-8. Ecco gli estratti che sembrano più significativi (sottolineature mie):

"In the last few months, after the end of 2019-20 and so not reflected in the data, I have heard worrying reports of a growing tendency not to reappoint chairs and members (even when there is support to do so), the rejection of candidates judged appointable by properly established interview panels without any explanation, and attempts to increase the number of political allies serving on such panels.

These are at present anecdotal but are sufficiently significant to justify being mentioned since they raise questions about the observation of the spirit of the Governance Code and the balance between fair and open competition, and ministerial involvement and decision making. Reappointment is discretionary and should not be seen as automatic, but a mixture of reappointments (solely for a second term, not for ever) and new appointments are desirable to achieve both continuity and new blood.

Moreover, while there is no automatic presumption of reappointment, the process needs to be transparent and full explained, with decisions not to reappoint based on a performance appraisal, finding a balance of skills, experience and diversity. In addition, the apparently authoritative briefings to the media event before a competition has begun that certain people are favoured - or have been lined up - for a post risk discouraging potentially strong candidates from applying. This undermines the whole basis of a fair and open competition. I have been struck by disillusion amongst the chairs of public bodies and frustration at the way decisions are being made. In practice this has meant boards are left with vacancies for long periods, or extensions have to be made to ensure that they are quorate. It also breeds distrust in the system, when we are keen to encourage people from all walks of life to apply.

Moreover, since the end of the reporting year I have twice had to remind departments that they should not appoint peers taking a party whip as Senior Independent Panel Members, which would be a clear breach of the Government’s Governance Code (https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/578090/Public_Appointments_Governance_Code_.pdf). At present, these are isolated incidents but, if they persist, would represent a threat to the current balance."

Ora, mi si potrebbe dire, approssimandosi anche il Natale, che sarebbe forse opportuno ricordare quanto scritto in Luca (6,41): "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?"

A parte alcune considerazioni (tipo ricordare che l'espressione "crony capitalism" non è certo stata coniata nel bacino del Mediterraneo), ed a parte quello che può essere il mio personale grado di soddisfazione su come la questione "nomine" viene trattata in Italia (mi si consenta un po' di sano "understatement"), è però importante andare a vedere cosa succede in giro per il mondo.

Vedere e constatare che anche in sistemi che hanno forse più "anticorpi" (o che si ritengono averli), non è tutto oro quel che luccica, ed è più che opportuno stare sempre all'erta per consentire un funzionamento di certi meccanismi che risponda per lo meno ad alcuni standard minimi, considerabili come linea rossa.

E con questo, Signore e Signori, auguro la mia migliore buonanotte a tutti.

MICE, ovvero della natura umana

Denaro/Ideologia/Coercizione (o compromissione)/Ego. In italiano l'acronimo risulterebbe DICE (dado). Ma, salvo che per gli amanti dei g...