A fine Novembre 2020 Jake Sullivan è stato designato "National Security Advisor" dal Presidente eletto Biden.
Interessante notare la sua partecipazione ad un progetto portato avanti da un gruppo abbastanza ampio di persone. L'obiettivo era prestare ascolto alle istanze provenienti dal di fuori della "Washington bubble", attraverso interviste con piccoli imprenditori, agricoltori, esponenti della amministrazione a livello statale e locale etc. in tre stati americani (Ohio, Nebraska, Colorado). Le domande erano costruite per comprendere, in particolare, cosa queste categorie desiderassero che la politica estera americana facesse per loro.
I risultati del lavoro sono stati condensati in un rapporto dal titolo abbastanza, per così dire, originale: "Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class", e consultabile qui.
Giusto per "inquadrare" un po' il Sullivan, può essere utile richiamare i cinque punti, definiti "broad recommendations", che il rapporto propone per meglio integrare l'agenda della politica estera nella più complessiva agenda nazionale, con l'obiettivo di rafforzare la classe media e migliorare la mobilità economica e sociale. Provo a ridurre all'osso il contenuto delle raccomandazioni (sottolineature mie), rinviando necessariamente alla lettura del rapporto per un quadro più completo.
1) Allargare il dibattito al di là delle questioni commerciali. Ciò tenendo conto sia del fatto che la stessa "classe media" non è un gruppo monolitico ed ha interessi che possono essere divergenti al proprio interno, sia che il dibattito sul commercio internazionale spesso può essere una "proxy" dei timori sulla tenuta del contratto sociale. Il rapporto, nel richiamare un sondaggio secondo cui il 79% degli americani riterrebbe che il commercio internazionale sia una opportunità per la crescita economica, sottolinea che molti cittadini sarebbero più preoccupati delle questioni inerenti le conseguenze economiche del posizionamento politico-militare degli USA che della semplice rivisitazione delle politiche commerciali.
2) Tener conto degli effetti distributivi della politica economica estera. E questo, in particolare, facendo sì che la politica estera dia priorità a politiche internazionali che stimolino la creazione di posti di lavoro e la crescita dei redditi; rivedendo l'agenda sul commercio internazionale USA coordinandola ad una agenda di politica interna che sostenga una crescita economica più inclusiva; aggiornando gli strumenti e i meccanismi di "enforcement" interni ed internazionali per meglio contrastare le pratiche sleali di commercio estero particolarmente dannose per PMI e lavoratori; attivandosi per concludere accordi che chiudano i divari regolamentari e di governance a livello internazionale, con l'obiettivo di migliorare la condivisione degli oneri ed contribuire ad affrontare le questioni sull'equità; implementando una strategia nazionale per la competitività che includa gli sforzi per rendere i lavoratori e le PMI statunitensi più competitivi nell'economia globale e migliorando la capacità di attrazione di investimenti per creare posti di lavoro.
3) Far cadere gli steccati tra politica interna e politica estera. La bussola, il prisma interpretativo costituito dai temi della sicurezza e della concorrenza geopolitica rimane fondamentale. Ma questo prisma va allargato, e va caratterizzato da una più profonda comprensione dell'economia interna e delle correlate questioni sociali, nonché alla complessa interazione tra queste e le decisioni di politica estera. Con una "chiosa: questo riorientamento "will also require the contributions of a new generation of foreign policy professionals who break free of the mold cast during the Cold War and its immediate aftermath".
4) Bandire i principi organizzativi obsoleti relativi alla politica estera degli Stati Uniti. I pianificatori e gli strateghi della sicurezza nazionale e della politica estera vorrebbero definire principi "neat" per elaborazione della strategia USA. Peraltro, secondo il rapporto, non ci sarebbero evidenze che la classe media americana si compatti in funzione degli sforzi volti a ripristinare il primato degli Stati Uniti in un mondo unipolare, intensificare una nuova guerra fredda con la Cina, o intraprendere una lotta "cosmica" tra democrazie e governi autoritari a livello mondiale.
5) Costruire un nuovo consenso politico attorno a una politica estera che funzioni meglio per la classe media americana. Secondo il rapporto, nessuno degli attuali principali approcci alla politica estera costituisce la chiave per il rinnovamento della classe media americana. Infatti, nonostante gli interessi economici e politici della classe media siano variati, le preferenze relativamente alla politica estera sembrano indicare un consenso non ancora riflesso nella classe politica "altamente polarizzata" del giorno d'oggi.
Cosa viene in mente leggendo queste annotazioni in maniera assolutamente cursoria?
Ci sarebbero molte considerazioni
da fare. Il rapporto è recente, ma ovviamente il ruolo di Sullivan è ora
mutato, e comunque si tratta di un lavoro "corale", con sfumature
"obamiane".
Maggiore pragmaticità, meno idealizzazione, più focalizzazione sui ritorni immediati, forse. ed un approccio che passa probabilmente dal considerare i problemi complicati a considerarli invece complessi. Oltre ad istanze di riconciliazione interna ottenuta anche attraverso la politica estera, nonché mediante un ricambio di volti e ruoli. Ma il discorso sarebbe lungo, e queste note hanno già raggiunto una dimensione "critica".
Dunque, chiudiamo qui e predisponiamoci per l'attesa della fine di questo ineffabile 2020. Ovviamente, non posso congedarmi, seppur momentaneamente, senza prima formulare i miei auguri per un felice 2021 ai miei consueti manzoniani lettori. Ci si risente con l'anno nuovo!